Combattere per le nostre vite

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Un prontuario anarchico

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Quindici anni fa, pubblicammo il seguente testo che presentava al grande pubblico l’anarchia come modo totale di essere, audace e accessibile allo stesso tempo. Lo mettemmo a disposizione gratuitamente in qualsiasi quantitivo, raccogliendo decine di migliaia di dollari per la stampa e offrendoci anche di coprire le spese postali per spedirlo a tutti coloro che non potevano affrontarle. Nelle prime due settimane, inviammo 90.000 copie. Fu pubblicato giusto in tempo per la mobilitazione del “People’s Strike” (Sciopero della gente) contro il FMI e la Banca mondiale a Washington; proprio qui - mentre si rivolgeva alla sua congregazione parlando delle manifestazioni in corso - la pastora della chiesa presbiteriana che ospitava attivisti anticapitalisti tenne il suo sermone domenicale ispirandosi al nostro prontuario. Nel decennio successivo, Fighting for Our Lives fu protagonista di parecchie avventure e di numerosi sforzi di sensibilizzazione; leggi questa storia per un esempio. In ultima analisi, abbiamo distribuito 650.000 copie cartacee.

Fighting for Our Lives è fuori catalogo da diversi anni, poiché ci siamo concentrati su altri progetti, come *Per cambiare tutto*. Ora abbiamo preparato una versione zine per la nostra libreria di download. Da questa prospettiva, possiamo apprezzare sia il testo sia il progetto stesso come tentativi ambiziosi e vitali di infrangere la logica dell’ordine dominante e puntare tutto sullo stabilire nuove relazioni. Da allora abbiamo imparato molto, ma non siamo indietreggiati nemmeno di un millimetro.

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Ouverture: una storia vera

Abbiamo mollato la scuola, divorziato, rotto con le nostre famiglie e con noi stessi e con tutto ciò che sapevamo.

Abbiamo lasciato i nostri lavori, non abbiamo pagato i nostri affitti, abbiamo gettato i nostri mobili sul marciapiede e ci siamo messi in viaggio.

Ci siamo seduti sulle altalene dei parchi gioco fino a quando le dita dei piedi non si sono congelate, ammirando la luce della luna sull’erba bagnata dalla rugiada, scrivendo poesie dedicate al vento.

Siamo andati a letto presto e siamo rimasti svegli fino l’alba raccontando tutte le cose orribili che avevamo fatto agli altri e quelle che loro avevano fatto a noi - ridendo, benedicendoci e assolvendoci reciprocamente, e benedicendo e assolvendo anche questo pazzo universo.

Siamo entrati in musei che trasmettevano repliche dei vecchi film di Guy Debord per scrivere, sugli schienali delle poltrone del cinema, più veloce, amico mio, il vecchio mondo è dietro di te.

Con l’odore di benzina ancora fresco sulle mani, abbiamo visto il sole sorgere, e abbiamo parlato a bassa voce di ciò che avremmo fatto dopo, elettrizzandoci per la consapevolezza in erba del nostro potere illimitato.

Abbiamo utilizzato numeri di carte telefoniche rubate per chiamare i nostri amanti e fare sesso telefonico dalle cabine negli atrii delle stazioni di polizia.

Siamo scivolati negli uffici, dove i nostri amici angariati erano immersi nei documenti di despoti meschini e, dopo aver redatto manifesti antimperialisti sui loro computer, abbiamo dormito sotto le loro scrivanie. La mattina - sorprendendoci mezzi nudi, mentre ci lavavamo i denti al distributore dell’acqua - rimanevano scioccati.

Abbiamo vissuto momenti strazianti ed esilaranti in cui abbiamo fatto cose che avevamo sempre ritenuto impossibili fare, sputando in faccia a tutti i nostri timori per baciare bellezze inarrivabili, srotolando striscioni dalle cime dei monumenti nazionali, abbandonando il college… E poi abbiamo stretto i denti, aspettandoci che il mondo finisse. Ma così non è stato!

Siamo rimasti in piedi o ci siamo inginocchiati nelle sale da concerto che si stavano svuotando, sui tetti sotto tempeste di fulmini, sull’erba secca dei cimiteri e abbiamo giurato con le lacrime agli occhi che non saremmo mai più tornati indietro.

Ci siamo seduti ai banchi delle aule di detenzione del liceo, contro i mattoni usurati delle stazioni dei Greyhound, su lenzuola sintetiche usa e getta nei reparti di pronto soccorso di ospedali asettici, sulle dure panche delle sale da pranzo penitenziarie e abbiamo giurato la stessa cosa a denti stretti, ma senza perdere la tenerezza.

Abbiamo comunicato tra noi attraverso iniziali scolpite nei banchi del collegio, con la stecil art sui muri dei vicoli, spaccando a suon di calci vetrine di multinazionali per poi essere trasmessi in TV sul TG delle 17.00, attraverso lettere inviate con francobolli contraffatti o trasportate attraverso gli oceani nei pacchetti degli amici, con istruzioni segrete codificate in e-mail da account anonimi, con incontri clandestini in caffetterie, con poesie d’amore incise sulle assi delle cuccette delle prigioni.

Abbiamo protetto dalla giustizia gli immigrati clandestini, i rifugiati politici, i latitanti e gli adolescenti scappati di casa ospitandoli nelle nostre abitazioni e nei nostri letti modesti, poiché anche loro ci proteggevano.

Abbiamo improvvisato ricette per cuocerci a vicenda biscotti, torte, colazioni a letto, pasti gratuiti settimanali nel parco, grandi feste per celebrare il nostro coraggio e le nostre affinità in modo da poter assaporare la loro dolcezza con le nostre lingue.

Ci siamo affidati l’un l’altro con i nostri cuori e i nostri appetiti, componendo insieme sinfonie di carezze e di piacere, facendo dell’amore un verbo nel linguaggio dell’eccitazione.

Abbiamo gettato scompiglio sulle loro norme di genere, sugli stereotipi etnici e sulle aspettative culturali, dimostrando con i nostri corpi, le nostre relazioni e i nostri desideri quanto arbitrarie fossero le loro supposte leggi della natura.

Abbiamo scritto la nostra musica e l’abbiamo suonata gli uni per gli altri così, quando abbiamo canticchiato tra noi, abbiamo potuto celebrare la creatività dei nostri compagni anzichè ripetere il ronzio noioso della radio.

In soffitte prese in prestito, ci siamo presi cura di amanti stranieri e abbiamo lottato per scrivere le righe che avrebbero acceso i fuochi sopiti nelle moltitudini intorno a noi.

Nell’ultimo istante prima dell’alba, con le torce accese nelle nostre mani tremanti, abbiamo smantellato le scatole elettriche degli edifici dove i fascisti dovevano organizzare raduni il giorno seguente.

Abbiamo combattuto quei fascisti per le strade, con le unghie, i denti e il coltello quando nessun altro li avrebbe affrontati nemmeno sulla stampa.

Abbiamo seminato giardini in lotti abbandonati, fatto l’autostop attraverso i continenti a tempo record, lanciato torte sui volti di re e banchieri.

Abbiamo suonato insieme i sassofoni nell’oscurità delle grotte echeggianti in West Virginia.

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A Parigi, armati di sanpietrini e ombrelli, abbiamo tenuto a bada i gendarmi per notti intere, fino a quando potevamo quasi sentire il sapore del nuovo mondo pervaderci attraverso i gas lacrimogeni.

Abbiamo combattuto per passare attraverso le loro fila e arrivare fino al Teatro dell’Opera e ce l’abbiamo fatta, e lì abbiamo discusso ventiquattr’ore al giorno su come sarebbe dovuto essere quel nuovo mondo.

A Chicago, abbiamo contribuito a creare una rete sotterranea per praticare aborti illegali in condizioni di sicurezza e in un’atmosfera accogliente, quando i fanatici religiosi avrebbero preferito farci morire di vergogna e in mezzo alle lacrime lungo vicoli bui.

A New York, ci siamo tenuti per mano e ci siamo massaggiati le spalle mentre i nostri nemici si avvicinavano per arrestarci.

In Quebec, abbiamo divelto l’autostrada e battuto ritmi primordiali sui cartelli stradali con pezzi di asfalto, e il suono era più immenso e più bello di qualsiasi canzone mai eseguita in una sala da concerto.

A Santiago, abbiamo derubato le banche per finanziare poesie dissacranti.

In Siberia, abbiamo tramato fughe impossibili - e le abbiamo portate a termine, circumnavigando il globo con documenti contraffatti e prendendo in prestito denaro per tornare tra le braccia dei nostri amici.

A Montevideo, nella città occupata, abbiamo costruito rifugi di compensato e teli di plastica, rubato la corrente dalle linee elettriche vicine e ci siamo confrontati con i nostri vicini su come poter contribuire alla nostra nuova comunità.

A San Diego, quando ci hanno incarcerato per aver espresso la nostra opinione, abbiamo invitato i nostri amici e abbiamo riempito le loro prigioni fino a quando non hanno dovuto cambiare le loro politiche.

In Oregon, abbiamo scalato alberi e vissuto per mesi tra i loro rami per proteggere le foreste dove avevamo fatto escursioni e avevamo campeggiato quando eravamo piccoli.

In Messico, quando ci siamo incontrati saltando sui treni merci, abbiamo condiviso i nostri racconti sul lavoro con gli zapatisti in Chiapas, sulle inondazioni di cui eravamo stati testimoni attraversando il Texas, sui nostri nonni che avevano combattuto nella Rivoluzione messicana.

Abbiamo combattuto in quella Rivoluzione, nella Guerra civile spagnola, nella Resistenza francese e persino nella Rivoluzione russa, anche se non per i bolscevichi o per lo zar.

Insonni e provati dalle intemperie, abbiamo attraversato l’Ucraina a cavallo per fornire notizie dei conflitti che ci hanno offerto un’altra possibilità di lottare per la nostra libertà.

Tesi ma non impauriti, abbiamo contrabbandato manifesti, libri, armi da fuoco, fuggitivi, noi stessi attraverso i confini dal Canada al Pakistan.

Abbiamo mentito - sentendoci con la coscienza pulita - ai detective della Omicidi di Reno e alla Polizia militare.

Ci siamo confessati la verità l’un l’altro, anche quelle verità che nessuno aveva mai osato dire prima.

Quando non siamo riusciti a rovesciare i Governi, abbiamo allevato nuove generazioni che avrebbero assaporato la dolce adrenalina di barricate e di colla di grano, che avrebbero portato avanti la nostra ricerca donchisciottesca quando saremmo caduti o saremmo fuggiti prima dell’assalto spietato del servile e del codardo.

Quando abbiamo potuto rovesciare i Governi, lo abbiamo fatto.

Siamo rimasti dietro al banco dei testimoni, uno dopo l’altro, decennio dopo decennio, secolo dopo secolo, e abbiamo gridato in modo che anche il cittadino più sordo e compiaciuto in fondo al tribunale potesse ascoltarci dire: “…e se potessi rifarlo ancora, lo rifarei!”

Mentre il sole sorgeva dopo feste d’inverno in squat non riscaldati, abbiamo raccolto grandi sacchi di vetro rotto e lavato pile di piatti sporchi in acqua gelata, mentre i nostri detrattori, isolati in attici con servizio di pulizia, hanno chiesto di sapere chi avrebbe portato fuori la spazzatura nella nostra cosiddetta utopia.

Quando le buone intenzioni di liberali e riformisti si sono indebolite con la burocrazia, abbiamo recuperato avanzi di cibo per nutrire gli affamati, abbiamo fatto irruzione in edifici inagibili e li abbiamo trasformati in palazzi adatti per re poveri e regine bandite, cullando malati e moribondi.

Ci siamo innamorati tra le macerie, abbiamo urlato canzoni nel frastuono, abbiamo ballato gioiosamente nelle catene più pesanti che potevano forgiare; abbiamo contrabbandato le nostre storie attraverso le sfide del silenzio, della fame e della sottomissione, per riportarle in vita ancora e ancora come bombe e cuori pulsanti; abbiamo costruito castelli nel cielo dalle rovine dell’inferno sulla terra.

Uno di noi ha persino assassinato il presidente degli Stati Uniti.

Non accettando alcun vincolo proveniente dall’esterno, non ne abbiamo tollerato nemmeno uno dentro di noi, scoprendo che il mondo si apriva davanti a noi come i petali di una rosa.

Sto parlando, ovviamente, di anarchici e quando le persone mi chiedono della mia politica, dico loro: la miglior ragione per essere rivoluzionari è semplicemente perché si tratta di uno stile di vita migliore. Le loro leggi ci garantiscono il diritto di restare in silenzio, il diritto a un processo pubblico da parte di una giuria di nostri pari (anche se i miei pari non mi metterebbero sotto processo - e i tuoi?) - e che dire del diritto di vivere la vita come se non avessimo un’altra chance, per avere i motivi per stare svegli tutta la notte per una conversazione urgente, per guardare indietro ogni giorno senza rimpianti o amarezza? Non possiamo rivendicare tali diritti solo per noi stessi - e queste non dovrebbero essere le nostre preoccupazioni centrali, non le quisquillie del protocollo e della sopravvivenza?

Per quelli di noi nati in una gabbia dorata creata dal sangue e dal sudore di prigionieri meno fortunati, la sfida di condurre una vita degna di essere vissuta, colma di storie che vale la pena raccontare, è un progetto permanente e formidabile; ma tutto ciò che serve, in qualsiasi momento, per affrontare questa sfida è contestare quella prigionia.

Quando combattiamo, stiamo combattendo per le nostre vite

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È vero. Se la tua idea di relazioni umane sane è una cena tra amici in cui tutti godono della compagnia di tutti gli altri, in cui le responsabilità sono divise su base volontaria e informale e nessuno dà ordini o vende qualcosa, allora sei un anarchico, punto e basta. L’unica domanda che rimane è come sarà possibile disporre di più interazioni simili a quel modello.

Ogni volta che agisci senza aspettare istruzioni o permessi ufficiali, sei un anarchico. Ogni volta che aggiri una regola assurda quando nessuno guarda, sei un anarchico. Se non ti fidi del fatto che il Governo, il sistema scolastico, Hollywood o l’amministrazione sappiano più di te quando si tratta di argomenti che influenzano la tua vita, anche questa è anarchia. E sei un anarchico soprattutto quando ti vengono in mente le tue idee, iniziative e soluzioni.

Come avrai notato, è l’anarchia che fa funzionare le cose e rende la vita interessante. Se dovessimo aspettare che autorità, specialisti e tecnici si prendano cura di tutto, non solo saremmo in un mare di guai, ma terribilmente annoiati - e noiosi - tanto per cominciare. Oggi viviamo in quel mondo di problemi (terribilmente noiosi!) proprio nella misura in cui rinunciamo a responsabilità e controllo.

L’anarchia è naturalmente presente in ogni essere umano sano. Non si tratta necessariamente di lanciare bombe o indossare maschere nere, anche se potresti averlo visto in televisione (credi a tutto ciò che vedi in televisione? Non è anarchico!). La radice dell’anarchia non è altro che l’impulso nel fare da soli: tutto il resto ne consegue.

L’anarchia funziona?

Le persone con un background storico molto poco reale spesso dicono che l’anarchia non potrebbe mai funzionare - senza rendersi conto che non solo ha funzionato per gran parte della storia della razza umana ma che, in effetti, sta funzionando proprio ora. Per il momento, mettiamo da parte la Comune di Parigi, la Spagna repubblicana, Woodstock, la programmazione informatica open source e tutti gli altri famosi casi di successo di anarchia rivoluzionaria. L’anarchia è semplicemente autodeterminazione cooperativa: fa parte della vita di tutti i giorni, non è qualcosa che accadrà solo “dopo la rivoluzione.” Oggi, l’anarchia funziona attraverso cerchie di amici in tutto il mondo, quindi come possiamo rendere più anarchiche le nostre relazioni economiche? L’anarchia entra in azione quando le persone cooperano in campeggio o organizzano pasti gratuiti per gli affamati, quindi come possiamo applicare quelle lezioni alle nostre interazioni a scuola, al lavoro, nei nostri quartieri?

Rifacciamoci alla teoria del caos: l’anarchia è il caos e il caos è l’ordine. Qualsiasi sistema ordinato naturalmente - una foresta pluviale, un quartiere amico - è un’armonia in cui l’equilibrio si perpetua attraverso caos e caso. Il disordine sistematico, d’altra parte - la disciplina nell’aula di liceo, le sterili file di mais OGM difese da erbe infestanti e insetti - può essere mantenuto solo da esercizi di forza sempre crescenti. Qualcuno, pensando che il disordine altro non sia che l’assenza di un sistema, lo confonde con l’anarchia. Ma il disordine è il sistema più crudele di tutti: il disordine e il conflitto, se irrisolti, si organizzano rapidamente, sovrapponendo le gerarchie in base alle loro richieste spietate - egoismo, insensibilità, brama di dominio. Il disordine nella sua forma più sviluppata è il capitalismo: la guerra di ciascuno contro tutti, governare o essere governati, vendere o essere venduti, dalla terra fino al cielo.

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Viviamo in un periodo particolarmente violento e gerarchico. I folli che pensano di trarre beneficio da questa gerarchia ci dicono che la violenza sarebbe peggiore senza di essa, non comprendendo che quella stessa gerarchia - che assuma la forma di disuguaglianze nello stato economico o nel potere politico - è la conseguenza e l’espressione della violenza. Per non dire che la rimozione forzata delle autorità porrebbe immediatamente fine alle ondate di violenza create dalla violenza maggiore che la loro esistenza implica; ma finché non saremo tutti liberi di imparare ad andare d’accordo l’uno con l’altro per il nostro bene, anzichè sotto la pressione imposta da coloro che traggono beneficio dal nostro conflitto, tra noi non potrà esserci vera pace.

Questa situazione non è sostenuta solo dalle armi, non solo dal vortice della gerarchia, dal ragionamento uccidi-per-non-essere-ucciso: è anche sostenuta dal mito del successo. Le cronache ufficiali presentano il nostro passato come la storia dei Grandi Uomini mentre tutte le altre vite sarebbero solo dei semplici effetti delle loro cause; vorrebbero che noi credessimo che esistono soltanto alcuni soggetti della storia - il resto di noi sono i suoi oggetti. Ciò implica che, in tutta la società, esiste un solo uomo veramente libero: il re (o il presidente, il dirigente, la star del cinema…). Va da sé che - poiché questo è sempre stato e sempre sarà - dovremmo tutti lottare per diventare lui, o almeno accettare la nostra posizione sotto di lui con gratitudine, riconoscenti che altri sotto di noi siano calpestati quando abbiamo bisogno di essere rassicurati del nostro valore.

Ma anche il presidente non è libero di fare una passeggiata nel quartiere di sua scelta. Perché accontentarsi di un frammento del mondo, o anche meno? In assenza di forza - nei letti egualitari dei veri amanti, nella democrazia delle amicizie fedeli, nelle federazioni senza vertici di compagni che se la spassano a feste divertenti e di vicini che chiacchierano nei circoli di cucito - siamo tutti regine e tutti re. Se l’anarchia può “funzionare” al di fuori di tali santuari, sta diventando sempre più chiaro che la gerarchia non può. Visita le città modello del nuovo ordine mondiale - stai seduto nel mezzo di un ingorgo di veicoli di proprietà privata, tra automobilisti che sudano e imprecano isolatamente all’unisono, in un oceano d’inquinamento alla tua destra e un ghetto alla tua sinistra, dove gang in uniforme si scontrano con quelle non in uniforme - ed ecco l’apice del progresso umano. Se questo è ordine, perché non provare il caos!

Anarchia, non anarchismo!

Dire che gli anarchici s’iscrivono all’anarchismo è come dire che i pianisti s’iscrivono al pianismo. Non c’è alcun anarchismo - ma c’è l’anarchia, o meglio, ci sono diverse anarchie.

Da quando esiste il potere, anche lo spirito dell’anarchia è stato con noi, con un nome o senza, unendo milioni o rafforzando le convinzioni di un singolo. Gli schiavi e i barbari che combatterono contro i Romani per la loro libertà e vissero in libertà armata, eguaglianza e fraternità, le madri che hanno cresciuto le loro figlie per amare i propri corpi nonostante tutti gli spot sulle diete che ci bersagliano da ogni dove, i ribelli che si dipinsero i volti e gettarono il tè nel porto di Boston e tutti gli altri che hanno preso la situazione in mano: erano anarchici, che si chiamassero ranter, taboriti, comunardi, abolizionisti, hippy, sindacalisti, quaccheri, madri dei desaparecidos, Food Not Bombs (Cibo e non bombe), libertari o addirittura repubblicani - proprio come noi siamo tutti anarchici, nella misura in cui ci impegniamo per le stesse cose. Oggi ci sono tanti anarchici quanti sono gli studenti che fanno sega a scuola, i genitori che evadono le tasse, le donne che imparano a riparare le biciclette, gli amanti che hanno desideri fuori dagli schemi. Non hanno bisogno di votare per un partito anarchico o una linea di partito - questo li squalificherebbe, almeno per quel momento - per essere anarchici: l’anarchia è un modo di essere, un modo di rispondere alle situazioni e di rapportarci con gli altri, una classe di comportamento umano… e non la classe “lavoratrice!”

Dimentica la storia dell’anarchia come idea - dimenticati gli uomini con la barba. Un discorso è sviluppare un linguaggio per descrivere una cosa, un’altra è viverla appieno. Non si tratta di teorie o formule, eroi o biografie: riguarda la tua vita. Ciò che conta è l’anarchia, ovunque compaia, non l’anarchia da divano, lo studio specialistico della libertà! Ci sono anarchici autoproclamati che non hanno mai vissuto un giorno di anarchia nelle loro vite - dovremmo sapere quanto fidarci di loro sull’argomento!

Quindi come funzionerà l’utopia anarchica? Questa è una domanda sulla quale non saremo mai più tratti in inganno per rispondere, una falsa pista se mai ce ne fosse stata una! Questa non è una visione utopica, o un programma o un ideale da servire; è semplicemente una linea d’azione, un modo per affrontare le relazioni, per affrontare i problemi ora, perché sicuramente non avremo mai completamente a che fare con essi! Essere anarchico non significa credere che l’anarchia, per non parlare dell’anarchismo, possa sistemare ogni cosa - significa solo riconoscere che dipende da noi elaborare le cose, che nessuno e nient’altro può fare questo per noi: ammettere che, piaccia o no, le nostre vite sono nelle nostre mani - e in quelle degli altri.

È così che appare la democrazia?

Gli anarchici potrebbero usare metodi democratici, ma non permettiamo che la democrazia ci usi. Per noi, la prima e l’ultima questione sono sempre i bisogni e i sentimenti delle persone coinvolte - qualsiasi modo in cui li affrontiamo è, nella migliore delle ipotesi, provvisorio. Non cerchiamo di costringerci nei limiti di alcuna procedura stabilita, applichiamo le procedure nella misura in cui soddisfano i bisogni umani e scartiamole una volta oltrepassato quel punto. Seriamente, cosa dovrebbe venire prima: i nostri sistemi o noi?

Collaboriamo o coesistiamo con gli altri, incluse altre forme di vita, ogni volta che è possibile. Ma non premiamo il consenso, men che meno lo Stato di diritto, al di sopra dei nostri valori e sogni: quando non riusciamo a raggiungere un accordo, andiamo per la nostra strada anziché limitarci a vicenda. In casi estremi, quando gli altri si rifiutano di riconoscere i nostri bisogni, o persistono nel fare cose inconcepibili e dannose, interveniamo con ogni mezzo necessario, non in nome della Giustizia o della vendetta, ma semplicemente per rappresentare i nostri interessi.

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Riteniamo che le leggi altro non siano che ombre delle usanze dei nostri predecessori, allungatesi nel corso degli anni per sembrare più sagge rispetto al nostro giudizio. Persistono come creature non morte, imponendoci condizioni innaturali che non permettono alla giustizia di essere tale, ma interferendo solo con essa - mentre, allo stesso tempo, ci allontanano da essa, inquadrandola come qualcosa che non possiamo realizzare senza formalità arcane e senza le toghe dei giudici. Queste leggi, moltiplicatesi e calcificatesi nel tempo, sono ora così aliene e imperscrutabili che una casta sacerdotale di avvocati si guadagna da vivere alle nostre spalle come gli astrologi fecero mettendo in un’orbita precaria i nostri antenati benintenzionati. L’uomo continua a sostenere che la giustizia possa essere mantenuta solo dallo Stato di diritto, è lo stesso che compare sul banco dei testimoni del tribunale per i crimini di guerra e giura di aver eseguito soltanto gli ordini. Non c’è giustizia - ci siamo solo noi.

L’economia dell’anarchia

Le economie anarchiche sono radicalmente diverse dalle altre. Non solo gli anarchici conducono le loro transazioni in modo diverso, ma commerciano in una valuta completamente differente, una valuta non convertibile nel tipo di attività per cui i capitalisti competono e i comunisti redigono piani quinquennali. Capitalisti, socialisti, comunisti si scambiano prodotti; gli anarchici si scambiano assistenza, ispirazione, lealtà. Le economie capitaliste, socialiste e comuniste trasformano le interazioni umane in merci: la polizia, l’assistenza medica, l’istruzione e persino le relazioni sessuali diventano servizi acquistabili e vendibili. Le economie anarchiche, concentrandosi soprattutto sui bisogni e sui desideri delle persone coinvolte, trasformano i prodotti in relazioni sociali: l’esperienza comunitaria del giardinaggio o della raccolta di bacche o della musica, l’eccitazione nel saccheggiare un supermercato o nell’occupare un edificio. L’interazione economica tipica nelle relazioni capitaliste è la vendita; nell’economia anarchica, è il dono.

Le economie anarchiche dipendono dai beni comuni, che sono l’opposto della proprietà privata. Il capitale privato scompare quando viene utilizzato, come nel caso del denaro speso dai braccianti, per il cibo - o, se ne è stato accumulato abbastanza, serve per accumulare più capitale privato a spese altrui, come nel caso della società che sfrutta quei lavoratori. I beni comuni, d’altra parte, sono disponibili in abbondanza, e più vengono utilizzati, più diventano abbondanti: l’orto comunitario che produce più cibo più sono le persone che vi cooperano, l’edificio occupato che è meglio ristrutturato per l’uso della comunità e meglio difeso dalla polizia maggiore è il numero di persone che s’impegna a farlo. Nelle amicizie, come nel fare l’amore, come nelle cene dove tutti preparano un piatto e nel ballo, più uno dà, più tutti ottengono.

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Oggi, la maggior parte di noi partecipa contemporaneamente a entrambi i tipi di economia. Apparentemente la proprietà privata è ancora condivisa, perlomeno in contesti limitati: un adolescente porta la sua palla da basket per giocare nel quartiere, una rock band acquista un furgone comune. Anche una casa appartenente a una famiglia della classe media, sebbene off-limits per la maggior parte, ospita ancora parenti in visita, una riunione genitori-insegnanti, un pigiama party. Episodi come questi ricordano quanto può essere più piacevole la condivisione rispetto al commercio. Gli anarchici alimentano visioni di un mondo adatto a una condivisione che non conosce confini.

Ma chi porterà fuori la spazzatura?

Accadde a Barcellona, alcuni anni dopo la Guerra civile, quando la memoria dei sindacati era ancora, in modo indicibile, sotto il tallone di ferro del regime fascista.

L’autobus n° 68 stava facendo il suo giro in una giornata primaverile particolarmente soleggiata, quando l’autista frenò bruscamente a un incrocio. “Fanculo,” imprecò in un catalano arrabbiato e, aprendo le porte dell’autobus, scese sulla strada assolata.

Inizialmente i passeggeri lo guardarono sbalorditi, poi iniziarono a protestare in preda all’ansia. Uno di loro si alzò e iniziò a suonare il clacson. Dopo qualche suono timido, si appoggiò con tutte le sue forze, facendolo ululare come un allarme antifurto; ma l’ex-autista del bus proseguì, con nonchalance, per la sua strada.

Per un minuto intero, i passeggeri rimasero seduti muti come tombe. Quindi, dal retro dell’autobus si fece avanti una donna con l’aspetto di un’enorme palla di cannone e con un aplomb non indifferente. Senza dire una parola, si sedette al posto di guida e mise in moto. L’autobus proseguì il suo percorso, arrestandosi alle sue fermate consuete, fino a quando la donna arrivò alla sua destinazione. Un altro passeggero prese il suo posto per un tratto e il mezzo proseguì il suo percorso, sostando a ogni fermata, e poi a un’altra, e a un’altra ancora, e fu così che il 68 proseguì il suo giro, fino a quando non arrivò al capolinea.

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Ciò significa capire come lavorare insieme per soddisfare i nostri bisogni individuali, lavorando l’uno con l’altro piuttosto che “a favore” dell’altro o uno contro l’altro; e quando ciò risulta impossibile, significa preferire il conflitto alla sottomissione e al dominio.

Ciò significa non valutare alcun sistema o ideologia al di sopra delle persone che sostiene di servire, non valutare nulla di teorico al di sopra delle cose reali in questo mondo. Significa essere fedeli agli esseri umani reali (e agli animali e agli ecosistemi), lottare per noi stessi e gli uni accanto agli altri, non per “responsabilità,” non per delle “cause” o per altri idee immateriali. Significa negare l’esistenza di uno standard universale di verità, estetica o moralità e contestare, ovunque appaia, la dottrina secondo cui la vita è essenzialmente monodimensionale.

Significa non forzare i tuoi desideri e le tue esperienze all’interno di un ordine gerarchico, ma riconoscerli e abbracciarli tutti, accettando te stesso. Significa non cercare di costringere il sé a rispettare alcuna legge esterna, non cercare di limitare le proprie emozioni al sensibile o al pratico o al “politico,” non confinare i propri istinti e passioni all’interno di cassetti: perché non c’è gabbia abbastanza grande per accogliere l’anima umana in tutti i suoi voli, in tutte le sue altezze e profondità. Significa cercare un modo di vivere che possa dare libero sfogo a tutte le tue inclinazioni contrastanti nel processo di sfida continua e di trasformazione.

Significa non privilegiare nessun momento della vita rispetto ad altri - non languire nella nostalgia per i bei vecchi tempi, o aspettare il domani (o, per lo stesso motivo, la “Rivoluzione!”) perché inizi la vita reale, ma coglierlo e crearlo in ogni istante. Certo, ovviamente, significa conservare ricordi preziosi e pianificare il futuro - ma significa anche ricordare che non c’è tempo, felicità, resistenza, perché la vita non accade mai se non ORA, ORA, ORA!

Significa rifiutare di mettere la responsabilità della propria vita nelle mani di qualcun altro, che siano genitori, amanti, datori di lavoro o la società stessa. Significa che sei tu a dover ricercare il significato e la gioia della tua vita.

Ma, soprattutto, significa non accettare questo o qualsiasi manifesto o definizione così com’è, ma crearlo e rifarlo per te stesso!

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Edonismo civico

Ciò che è bene per gli altri è bene per noi, poiché sono le nostre relazioni con gli altri a formare il mondo in cui viviamo; ma soddisfare i loro bisogni a nostre spese significherebbe mentir loro sul nostro potenziale come compagni liberi e felici, che è forse il miglior dono che possiamo offrire. La nostra visione di relazioni sane si basa sul concetto che l’io contro l’altro, l’egoismo contro l’altruismo, è una falsa dicotomia, come tutte le dicotomie. Coloro che predicano il sacrificio di sé per il bene più grande stanno ancora lavorando sul modello competitivo dell’individuo contro la società, così come chi aspira a un’indipendenza individualista; per noi, sia gli individui sia le comunità sono convergenze di fili nella grande rete dell’esistenza, inseparabili gli uni dalle altre, analoghi gli uni alle altre. La libertà e l’autodeterminazione che amiamo sono possibili solo nell’àmbito della cultura che creiamo insieme; tuttavia, al fine di contribuire a tale creazione, dobbiamo crearci individualmente.

Ovvero, se puoi salvare te stesso, potresti salvare il mondo, ma devi salvare il mondo per salvare te stesso.

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Una compagnia di amici e amanti

Poiché gli anarchici sostengono che l’amicizia, o perlomeno i legami familiari, potrebbe essere il modello per tutte le relazioni, premiamo soprattutto quelle qualità che rendono possibili buone amicizie: affidabilità, generosità, dolcezza. La maggior parte di noi è stata indottrinata nella gerarchia e nella contesa fin dalla nascita, e ciò non rende meno semplice interagire con modalità che ci liberino e ci rendano capaci anziché paralizzarci, eppure succede sempre! Ognuno di noi cerca di dare senza pretendere nulla in cambio, di essere una persona della quale nessuno dovrebbe vergognarsi. È stato detto che siamo contrari al matrimonio, ma è vero il contrario: sì, sottolineiamo che nessuno è proprietà di un altro ma tanto più perché tutti su questo pianeta siamo già collegati in modo permanente - e insistiamo sul fatto che tutti agiscano di conseguenza.

Tutto ciò non vuol dire che offriamo dei fiori ai soldati quando questi vengono per i nostri figli - né offriamo alle multinazionali i nostri figli quando queste vengono per i nostri fiori. A volte l’amore può parlare solo attraverso la canna di una pistola.

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L’autodeterminazione inizia a casa

Non sentirti costretto a rinnegare gli altri a causa dell’aspettativa, della dottrina o della necessità di rivendicare un frammento di te. Non schierarti contro te stesso, non ricoprire costantemente il ruolo di giudice e giuria nel tuo stesso processo. Non proteggere l’ignoranza con l’inazione, ma impara dagli errori e diventa saggio. Non scegliere un percorso nella vita e non seguirlo fino a escludere tutti gli altri, ma butta alle ortiche false unità e coerenza - per esprimere ogni impulso e desiderio quando ritieni sia il momento giusto e per apprezzare ciò che è fecondo quando ci sono dei turbamenti. Per far ciò, devi essere consapevole di far parte di una comunità che ti ama incondizionatamente - e di amare gli altri nella loro interezza, poiché sono il riflesso di parti di te.

Vivere senza le controversie meschine dell’ordine gerarchico e della struttura del potere dentro di noi anziché di quelle al di fuori - questo è il sogno anarchico del sé.

Con l’azione diretta si ottengono i beni

Una comunità in cui le persone dirigono le proprie attività e si proteggono a vicenda non ha bisogno di prigioni o di fabbriche per “creare posti di lavoro.” Una comunità di persone che condivide i propri canali di comunicazione non è in balìa di nessuna versione della “verità” promulgata dai media costituzionali. Una comunità di persone che crea la propria musica e la propria arte e organizza i propri eventi sociali non si accontenterebbe mai dello spettacolo agghiacciante dei reality show, per non parlare della pornografia e dei servizi d’incontri online. Una comunità di persone che conosce le rispettive storie e comprende i rispettivi bisogni può affrontare i conflitti senza la necessità d’interferenze da parte di estranei in uniforme armati di pistole. Il modo in cui possiamo creare queste comunità è lo stesso con cui siamo in grado di risolvere i problemi che ci troviamo ad affrontare oggi, e nessuna legislazione o ente benefico farà questo al posto nostro.

Le istituzioni possono essere buone solo quanto le persone che le fanno funzionare - e, comunque, di solito non lo sono. Le soluzioni imposte “dall’alto” si sono dimostrate sempre inefficaci: la burocrazia dei programmi medici, l’inefficienza dei servizi sociali, le bugie dei presidenti. Se non ti fidi delle persone, puoi essere sicuro di non poterti fidare della polizia.

Tutti dèi, tutti padroni

L’anarchia è aristocratica: gli anarchici insistono semplicemente sul fatto che l’élite dovrebbe essere composta da tutti, che la lotta dell’“uomo comune” può diventare la lotta delle donne e degli uomini non comuni che produce.

Non ci illudiamo, sappiamo che non esistono scorciatoie per l’anarchia. Non cerchiamo di guidare il “popolo,” ma di stabilire una nazione di sovrani; non cerchiamo di essere degli innovatori teorici, ma di emancipare un pubblico di autori; non cerchiamo di essere gli artisti di una nuova avanguardia, ma di dar vita a un pubblico di artisti - non cerchiamo tanto di distruggere il potere quanto di renderlo liberamente disponibile in abbondanza: vogliamo essere padroni senza schiavi.

Siamo consapevoli che le lotte e le dinamiche del potere faranno sempre parte della vita umana; molti di noi hanno una “musa tirannica” cui obbedire, sebbene di buon grado, quindi ci riserviamo il diritto di comandare e servire quando ci fa piacere. Ma, come si suol dire, gli unici esseri umani liberi sono il povero e il re - il re è il meno libero dei due, poiché il suo regno grava su di lui e lo limita mentre, nei suoi giorni più fortunati, l’hobo può sentire che il cosmo intero esiste per amore del suo piacere e della sua libertà - quindi preferiamo non banalizzarci competendo per proprietà o autorità, l’oro degli sciocchi. E quando la lotta è inevitabile, preferiremmo comunque essere in balìa della violenza e della stupidità di altre persone rispetto alla violenza e alla stupidità dell’umanità poiché questa viene distillata e guidata dallo Stato.

Il cuore di un uomo ricco è un ghetto il cuore di un anarchico è un regno.

Non siamo egalitari nel vecchio senso del termine: non siamo qui per trascinare i ricchi e potenti al “nostro livello,” anzi, li compatiamo per non avere aspirazioni abbastanza ambiziose e speriamo che abdichino per unirsi a noi nel combattere per far sì che tutti ascendano alla grandezza (in questo modo, non dovremo ghigliottinarli). Non siamo contro la gloria di cui godono le icone pop e le stelle del cinema, di per sé: deploriamo il modo in cui questa è sprecata su oggetti distanti, quando appartiene giustamente ai momenti della nostra eroica vita. Non siamo contro gli ossequi e la devozione che il Dio dei monototeisti riceve; troviamo semplicemente più sano dedicarceli l’un l’altro. Non siamo esattamente contro la proprietà, quanto lo siamo contro la meschinità del bisticciare per essa: perché capiamo che per governare il mondo, dobbiamo condividere tutto - e, oltretutto, non demolirla o immischiarci. Il vero re dei poveri percorre orgogliosamente le foreste del suo dominio, osservando meravigliato le interazioni dei complessi ecosistemi, sapendo che l’unica condotta appropriata per un monarca di tale Paese delle meraviglie è una politica di venerazione e non d’intervento (se non per contrastare le sporadiche industrie della deforestazione). Non stiamo aspettando che “la” rivoluzione ci riconosca i diritti che meritiamo; sapendo di essere la massima autorità che dobbiamo riconoscere, ce la concediamo immediatamente e, quindi, facciamo costantemente la rivoluzione come un modo per affermarla e proteggerla.

Non accontentarsi di null’altro che non sia il completo dominio del mondo, per tutti.

…E ogni dio un ateo

Gli anarchici non solo negano l’autorità di Dio, Capo della Polizia dell’Universo, ma mantengono anche una sana sfiducia nei confronti dei suoi successori: Natura, Storia, Scienza, Moralità. Non riponiamo la nostra fede indiscussa in alcun essere, sistema o tradizione poiché, anche quando apprezziamo la conoscenza o il giudizio degli altri più dei nostri, siamo ancora responsabili se scegliere di fidarci o meno di loro. Di conseguenza, non prendiamo in considerazione nessun contenzioso o nessuna supposizione come detto prima, e proviamo più piacere nel muoverci liberamente tra i paradigmi che nel discutere su quale sia la Verità. Siamo particolarmente sospettosi nei confronti degli esperti che fanno da mediatori tra noi e le divinità o gli àmbiti di conoscenza, e preferiamo sia conoscere il mondo sia contattare il divino per conto nostro.

Giustizia terrestre e Giudizio divino hanno poco valore per noi: vogliamo essere pratici, risolvere i problemi, non trattare i rapporti umani e la condotta come se fossero solo un altro scambio economico che utilizza la giustizia come valuta. Applichiamo l’idea di responsabilità personale solo nella misura in cui è utile per far funzionare le nostre relazioni; altrimenti, non ci interessa se l’anima di una persona è dannata o redenta, se la condotta è morale o immorale, se la società o l’individuo sono responsabili di un errore.

Non si dica che per noi nulla è sacro! Al contrario, riteniamo che tutto lo sia. Negare la gerarchia significa venerare la singolare, incomparabile bellezza di ogni creatura, di ogni caratteristica del cosmo, di ogni istante. Solo giudizio e condanna sono un anatema per noi.

Graffiti su una chiesa a Lisbona, 2001: “Senza la verità, sei un perdente.”

“L’anarchico è una creatura molto feroce. È cugino di primo grado del gorilla. Uccide presidenti, prìncipi, dirigenti, allo stesso modo sabota i loro vertici e le vacanze estive. Ha i capelli lunghi e spettinati sulla testa e su tutto il viso. Invece di unghie ha artigli lunghi e affilati. L’anarchico ha molte tasche in cui trasporta pietre, coltelli, pistole e bombe. È un animale notturno. Dopo il buio, si riunisce in gruppi, grandi e piccoli, e pianifica incursioni, omicidi, pestilenze. In molti vengono attirati per scegliere chi deve svolgere il lavoro.

“All’anarchico non piace l’acqua. Non si lava mai e mette sempre gli stessi vestiti. Ha sempre sete e beve solo acqua salata. La casa dell’anarchico è in Europa, in particolare in Italia. Alcuni sono stati esportati in Nord America, dove sono temuti e odiati da tutte le brave persone e braccati ovunque si facciano vedere.

“A papà gli anarchici non piacciono nemmeno un po’. Dice che gli fanno fare brutti sogni. Ha dato l’ordine di farli catturare e rinchiudere in gabbie e, se ci riuscirà, non ne farà più venire nemmeno uno nel nostro Paese. Se qualcuno entrerà di nascosto, gli farà sparare come si fa con i cani rabbiosi, i messicani, i leoni di montagna e animali simili. Ogni giorno mi esercito con il mio fucile in modo tale che, da grande, potrò sparare a queste bestie selvagge.”

-Un tema dell’asilo della Casa Bianca, 1904

Contro le generalizzazioni grossolane

Tutti noi siamo cresciuti sotto il dictat del divide et impera in base a genere e preferenze sessuali, al tipo di corpo ed etnia, a classe e razza, comprati con dei privilegi e abbattuti con la guerra psicologica così facciamo quel che possiamo per tenere la gerarchia al suo posto. Supremazia bianca, patriarcato ed eterosessismo sono i pilastri di questa civiltà. Noi anarchici combattiamo contro queste strutture oppressive che esistono all’interno della società o in noi stessi; ma vogliamo qualcosa di più che spogliare gli esseri umani da tutte le identità - vogliamo la liberazione di tutti gli esseri umani dall’identità.

Niente è universale. Le identità di gruppo sono fabbricazioni auto-perpetuanti che iniziano con prove circostanziali e finiscono per imporre una falsa uniformità. Ci sono due sessi, per esempio, così come ci sono “solo” dodici semitoni in ogni ottava: sembra vero quando guardi un piano, ma prova ad aprire la bocca e cantare! Sebbene a coloro cresciuti in ambienti in cui tutte le donne si radono gambe e ascelle la “femminilità” possa apparire come determinata dalla natura, questa è solo una generalizzazione derivante da generazioni di comportamenti standardizzati, reinforzata ogni volta che si ripete. Ma - poiché non esiste una femminilità “pura,” non c’è dubbio che la generalizzazione si riferisca anche a tutti i casi specifici che si pensa li accomunino, e quindi ogni generazione non è l’“originale” ma una “copia” - l’intero paradigma è a rischio in ogni nuova generazione, poiché può essere trasformato… o abbandonato

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Nella migliore delle ipotesi, generalizzazioni come classe e genere possono essere utilizzate per annullare se stesse - per esporre e confrontare i modelli di oppressione che attraversano le singole vite, per trovare una causa comune nel combattere l’invisibilità di determinate esperienze e storie. Vogliamo trascender loro e trascendere tutte le categorie e tutti i conflitti, ma questo accadrà solo se inizieremo affrontandoli. Nei gruppi di uomini, gli esseri umani costruiti come uomini potranno scambiarsi abilità per ricablare la loro programmazione; negli spazi riservati alle donne, chi è costruito come tale potrà agire nello stesso modo senza l’interferenza degli uomini. Difendiamo il diritto degli individui di scegliere il modo con cui vogliono essere identificati, e nessuna visione della vita come illimitata è una scusa per far finta che il mondo sia ancora libero da qualsiasi squilibrio di potere. Ma, alla fine, ciò che cerchiamo è la rivoluzione, non la riforma: non stiamo chiedendo più diritti per gruppi d’interesse, o più libertà di movimento tra categorie stabilite - stiamo prendendo e facendo nostro il diritto di costruire e ricostruire noi stessi in ogni momento e di distruggere il sistema di divisioni!

Siamo le femministe che abolirebbero il genere, i sindacalisti che abolirebbero il lavoro, gli artisti che lottano per distruggere e trascendere l’arte. La nostra guerra di classe è una guerra contro la classe, contro le classi e contro la classificazione. Quando diciamo che siamo contrari alla rappresentanza, non parliamo solo di “democrazia” rappresentativa; intendiamo anche che ognuno di noi è un individuo non riducibile, che nessuno può parlare per un altro. Né i politici né le astrazioni, né i delegati né i dati demografici possono rappresentarci!

Gli anarchici fanno le rivoluzioni, non la guerra

Attenzione alla lotta. Non pochi radicali vengono coinvolti in politica perché sanno tutto sulla resistenza e ben poco su altro. Trasformano ogni interazione in un conflitto tra forze del bene e del male, prendendo una posizione e imponendo dei limiti fino a quando non si trovano davvero a essere loro stessi contro il mondo. Per i sedicenti sovversivi professionisti, questo può essere un ottimo modo per mantenere quella carriera - ma realizza poco altro oltre a far agitare le persone nel senso più stretto del termine. La maggior parte smetterà del tutto di prestare attenzione - chi non ha già abbastanza antagonismo e spiacevolezze da affrontare?

Ci sono sempre, sempre, sempre guerre contro cui combattere e combattere queste guerre perpetua le dualità che ne sono all’origine. Gli anarchici anacronizzano le guerre, trascendendo le opposizioni. Quella è rivoluzione.

Non unirti a un conflitto esistente alle sue condizioni e non trasformarti in una pedina dei suoi schemi: ridefinisci i termini del conflitto - dalla “democrazia contro il terrorismo” alla “libertà contro il potere,” per esempio! Trova il modo di sovvertire le premesse, di riunire le persone in modi che ritenevano impossibili, di sconvolgere l’intero paradigma della lotta.

Non una posizione, ma una proposta

Quindi, se vuoi scatenare una rivolta, non tracciare un confine tra te e il resto del mondo minacciando tutti coloro che lo attraversano. Non diffondere un programma universale, non fare campagne di reclutamento, per l’amor del cielo non “educare le masse!” Dimentica di persuadere le persone a condividere la tua opinione: incoraggiale a sviluppare la capacità di formare le proprie. Chiunque abbia le proprie idee è più anarchico di chiunque abbia L’Idea Anarchica. Qualsiasi organizzazione centrale o autorità riconosciuta sulla rivolta può solo soffocare l’autodeterminazione ordinandola. Chi agisce liberamente, d’altra parte, può ispirare e rafforzare libertà e resistenza reciproca: l’indipendenza, come tutte le cose buone, è disponibile in abbondanza. Certamente non ha bisogno di essere - non può essere - distribuita con parsimonia da un comitato centrale ai componenti che aspettano in panchina!

Quando ti devi rivolgere agli altri, non cercare di dire “la” verità. Interferisci con La Verità, minala alle basi, crea uno spazio in cui possano formarsi nuove verità. Introduci domande, non risposte - e ricorda, non tutte le domande finiscono con dei punti interrogativi. Per il rivoluzionario, l’essenza di un’affermazione sta nei suoi effetti, non nel fatto che sia o meno “oggettivamente” vera: quest’approccio la distingue dai filosofi e da altri inutili bastardi.

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Gli storici raccontano del potente imperatore Dario che guidò le sue truppe attraverso la steppa con l’intenzione di sottomettere gli Sciti e annettere il loro territorio al suo impero. Gli Sciti erano un popolo nomade, e quando seppero che le forze di Dario sarebbero scese su di loro, levarono le tende e iniziarono un lento ritiro. Si mossero a una velocità tale che, nonostante gli eserciti di Dario potessero sempre scorgerli all’orizzonte, non furono mai in grado di avvicinarsi loro. Per giorni fuggirono davanti agli invasori - poi per settimane, per mesi, lasciandosi alle spalle messi distrutte e acqua avvelenata; fecero muovere i nemici in cerchio, portandoli nelle terre dei popoli vicini che li attaccarono, facendo attraversar loro deserti infiniti dove gli avvoltoi macilenti leccavano ossa sbiancate. Gli orgogliosi guerrieri, abituati a sfoggiare la loro spavalderia in scontri rapidi e scenografici, erano disperati. Dario inviò un messaggio attraverso il suo corriere più veloce, che fu a malapena in grado di consegnarlo a un soldato rimasto indietro dell’esercito Scita: “In quanto vostro sovrano,” c’era scritto, “vi ordino di tornare indietro e combattere!”

“Se tu sei il nostro sovrano,” recitava la risposta, accuratamente scolpita su una roccia in cui s’imbatterono il giorno seguente, “vai a piangere.”

Giorni dopo, persa ogni speranza, le sentinelle individuarono una fila di cavalieri Sciti che si lanciavano in avanti attraverso la pianura. Agitavano le spade con fare eccitato ed emettevano urla piene di entusiasmo. Colti impreparati ma sollevati dalla prospettiva di poter finalmente combattere, i guerrieri presero le loro armi - solo per vedere, in mezzo alla confusione, che gli Sciti non stavano caricando le loro linee, ma un punto poco più in là. Guardando più da vicino, notarono che i cavalieri stavano inseguendo un coniglio. Dopo quest’umiliazione, i soldati minacciarono l’ammutinamento e Dario fu costretto a tornare indietro e a lasciare, sconfitto, la Scizia. Fu così che, rifiutandosi di combattere, gli Sciti entrarono nella storia come il più invincibile dei clan.

L’anarchia è un paradosso

…ma è quel tipo di paradosso che noi anarchici apprezziamo. Sollecitare le persone a pensare da sole, impadronirsi del potere per abolirlo, muovere guerra alla guerra, queste sono tutte contraddizioni - ma impegnarsi in una tale ipocrisia, è il modo migliore per far sì che i ribelli ti depongano insieme alle altre autorità! Esprimere opposizione alle bandiere sventolandone una nera può sembrare insensato, ma vivere all’ombra di così tante bandiere al punto tale che l’assenza di bandiera possa essere interpretata come arrendevolezza, potrebbe suonare insensato. In ogni caso, meglio una bandiera nera che una bianca!

Crea entusiasmo!

Quindi, crea entusiasmo! Non sprecare il tempo con delle riunioni, riunioni che ti dicono dove dovresti riunirti per condurre la prossima riunione. Se i tuoi compagni masochisti sentono l’incommensurabile pulsione a passare settimane, mesi, anni blaterando di come formulare una piattaforma alla quale si possano dedicare anima e corpo, per poi passare altri anni discutendo di dissensi e rotture, lasciali fare ma non sentirti obbligato a unirti a loro solo per dimostrare quanto sei impegnato nella Rivoluzione. Non sentirti obbligato a partecipare a nulla: questa è la tua rivoluzione! Crea entusiamo! Non pretendere il cambiamento - crealo tu stesso con le tue azioni. Tutto ciò che puoi realizzare è proprio ciò che fai insieme ai tuoi compagni, ed è molto: è così che manterrai la tua dignità in un mondo folle, il modo in cui scriverai la storia della tua vita e farai, quindi, sapere agli altri che nemmeno loro sono impotenti. Agire sui tuoi desideri ti mette in contatto con loro - altrimenti devi investire la stessa energia nel disconoscerli. Saltella per strada se sei felice, brucia un edificio se scatena la tua indignazione. L’amore sboccia su un campo di battaglia: è più facile lasciarsi andare quando si è davvero pronti per farlo! Quando realizzerai i tuoi desideri più segreti, scoprirai che stai esprimendo anche quelli degli altri. Trova tu stesso progetti che ti coinvolgano, che ti mettano in situazioni in cui sei completamente immerso. E non aver paura di essere poco realistico: è proprio l’irreale che deve essere realizzato. Se non puoi sognare, non puoi creare.

Crea entusiasmo! Gli anarchici non danno istruzioni, noi diamo licenze. Aiuta gli altri a darsi il permesso di vivere, stabilendo dei precedenti - e offri sostegno, condividi competenze, crea opportunità affinché i borghesi intorno a te possano trasformare i loro desideri radicali in azione. Sarai sorpreso da chi combatterà gli sbirri per le strade, quando se ne presenterà l’occasione!

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Non firmare petizioni alla cieca, mettiti in posa davanti alle telecamere, attendi margini di manovra. Partecipa a cortei cittadini e a festival di strada, fai irruzione in edifici abbandonati per srotolare degli striscioni, conversa con degli sconosciuti, sfida tutto ciò che credevi di sapere su di te a letto, tieni in vita la sensazione costante che qualcosa sta accadendo. Vivi come se il futuro dipendesse da ogni tua azione, e sarà così. Non aspettare a mostrarti, lo hai già fatto. Concediti la licenza di vivere e spezza quelle catene: crea entusiasmo!

I begli anarchici ti desiderano

In questi giorni può essere difficile, persino spaventoso, essere un anarchico. Potresti essere una di quelle persone che nasconde il suo essere anarchico, almeno in certe situazioni, per evitare che altri (ugualmente spaventati, probabilmente per gli stessi motivi) ti accusino di essere troppo idealista o “irresponsabile” - come se seppellire educatamente il pianeta nella spazzatura non lo fosse!

Non dovresti essere così timoroso - non sei solo. Ci sono milioni di noi che aspettano che tu ti faccia conoscere, pronti ad amarti, a ridere con te e a combattere al tuo fianco per un mondo migliore. Segui il tuo cuore nei luoghi che incontreremo. Per favore, non fare troppo tardi.

OK, sono interessato. Cosa faccio dopo?

Non vogliamo essere bruschi, ma sei stato attento? Non stiamo cercando di farti convertire a una religione o a farti votare per un partito, anzi. La parte migliore e più difficile di tutto ciò è che tutto è nelle tue mani.

Tiriamo le somme

In alcuni momenti, in questo folle mondo, l’anarchia appare frammentata, sussurrando di vite nascoste che vivono al suo interno: quelle ore che trascorri con i tuoi migliori amici dopo il lavoro, i resti di un poster incollato sul muro di un vicolo, quel momento in cui ti masturbi o fai l’amore quando non sei né maschio né femmina, grasso o magro, ricco o povero. In altri momenti, quella follia è l’eccezione, il frammento, e l’anarchia è semplicemente il mondo in cui viviamo. Centomila di noi possono fondare una nuova civiltà, cento possono trasformare una città, due possono scrivere le storie della buonanotte che i nostri figli hanno aspettato di ascoltare – e gettare i semi per milioni di persone a venire.

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Quando uno di noi sfida il racket dell’opinione pubblica e della “necessità” e molla tutto per vivere come sognava, il mondo intero riceve il dono di quella libertà. Quando riempiamo le strade per ballare e accendere la passione, possiamo ricordare con i nostri corpi che meritiamo tali balli e tale spazio per loro. Quando le stazioni sciistiche bruciano e le vetrine dei centri commerciali vanno in mille pezzi, per un momento la “proprietà privata” non è né privata né proprietà - e intessiamo nuove relazioni tra noi stessi e un cosmo che è improvvisamente nostro e nuovo, ancora una volta. Se rischiamo la vita, è perché sappiamo che solo facendo così potremo farla nostra.

Ci vediamo sulla prima pagina dell’ultima edizione del quotidiano mai stampato da quei figli di puttana —

Noam Deguerre, CrimethInc. Writers’ Bloc

Appendice: una genealogia della forza

Una favola

All’inizio, l’armonia: le comunità di esseri umani vivono come una cosa sola, insieme, radunandosi e mangiando e giocando e dormendo e cantando e facendo l’amore e raccontando storie. E, ogni tanto, la discordia: scoppia una discussione, ci si scambiano parole forti, si sferra un colpo.

Quando ciò accade, la comunità s’incontra e arriva a una risoluzione. Quelle che non possono farlo si disgregano e i membri muoiono di fame o congelano o vengono cacciati da bestie selvagge o si uniscono a un’altra comunità in grado di risolvere i conflitti. Quelli che scaturiscono tra le comunità vengono risolti in modo simile. Per migliaia e migliaia di anni, questo stile di vita ha funzionato ed è durato.

Un giorno, alcune innovazioni culturali o tecnologiche consentono a un gruppo di accumulare potere in modo tale da non doversi preoccupare di risolvere i conflitti: possono riversare le conseguenze negative sugli altri. Ora la discussione, la pacificazione, persino il combattimento non servono per far cessare le ostilità; i contendenti non trovano la via della pace come gli altri fecero prima, ma cercano solo di guadagnare più potere. Intenti a controllare e a dominare gli altri, anche a costo della propria felicità o sicurezza, diventano macchine da guerra.

Il loro rapporto con l’ambiente cambia: ora la Terra deve essere disciplinata per fornir loro riserve di cibo che durino per tutto il tempo della loro lotta. Cambiano i rapporti tra loro: valutano gli altri come potenziali compagni d’armi o come nemici, conferendo più importanza alla forza rispetto a ogni altra qualità.

Le comunità vicine non ne escono indenni. Anche loro sono presto coinvolte in questa lotta e devono combattere contro un nemico mai affrontato prima. Molte vengono distrutte immediatamente; altre, determinate a sopravvivere a ogni costo, scoprono di dover diventare macchine da guerra. Anch’esse soggiogano la Terra e i suoi animali, riducono in schiavitù nemici sconfitti, persino la propria gente, fanno di tutto per resistere a questo terrore. Loro stesse diventano il terrore e lo superano; questa è la loro rovina.

Diffondendosi come un cancro, di comunità in comunità, strani cambiamenti proliferano sulla faccia della terra. Piccole comunità si fondono per diventare grandi comunità e, infine, nazioni. I leader militari temporanei diventano monarchi ereditari. Il mondo di quei popoli che, in precedenza, erano pacifici viene offuscato dall’ombra delle stragi.

E queste comunità non cambiano solo da un punto di vista militare. Il territorio viene rivendicato e contrassegnato e diventa la fonte di nuovi conflitti. Appare il patriarcato: guerra non dichiarata tra i sessi, ruoli di genere di guerriero e servitore, istituzionalizzati e rinforzati di generazione in generazione. Nasce l’economia di mercato: i popoli che non si fidano più gli uni degli altri insistono sul commercio laddove, una volta, erano sufficienti i doni - e si affrettano a superarsi in astuzia, a trarre profitto a spese altrui anche in tempo di pace. Viene inventata la religione organizzata: ora gli uomini non lottano solo per terra, cibo, proprietà e potere, ma anche per governare le menti e i cuori altrui.

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Tutte queste innovazioni sono catastrofiche per gli esseri umani. Tentano di compensare gli effetti con nuove innovazioni ma queste si rivelano ancor più catastrofiche. I Governi, organizzati per proteggere i popoli, estorcono loro delle imposte e prosperano oziosamente grazie al loro sudore e alla loro fatica; la polizia riempie le strade per prevenire il crimine e perpetra impunemente crimini peggiori. Difendendosi dalle mostruosità della civiltà, questi popoli generano mostri più terribili.

Le nazioni minori, intenzionate a resistere agli assalti di quelle più grandi, si armano fino ai denti e continuano a combattere e a conquistare rispondendo in modo esagerato alla minaccia originale fino a diventare grandi imperi. È così che l’Impero romano trova le sue origini nella resistenza dei contadini alle invasioni etrusche; così, come conseguenza di centinaia di anni trascorsi a combattere contro Roma, il resto dell’Europa diventa un vespaio d’imperi in competizione. In seguito, gli storici guarderanno alle cruente guerre condotte ai margini di ogni civiltà come prova che il “cuore di tenebra” oltre questa frontiera è una sanguinosa barbarie; ma, forse, sono i barbari pacifici a difendersi da chi è bramoso di sangue. Il vero cuore di tenebra si trova al centro di questi imperi, nell’occhio dell’uragano, dove la violenza è così profondamente radicata nella vita umana che non è più visibile a occhio nudo: gli schiavi vanno in giro per le strade come se fosse una loro scelta, incapaci persino di ribellarsi; i gladiatori si massacrano a vicenda nei circhi e questo viene chiamato intrattenimento.

Le successive campagne militari sono un sintomo di crudeltà sociale, non solo una causa. Ora la violenza invisibile dell’economia consacra la violenza visibile degli eserciti: i soldati si fanno strada verso le ultime terre selvagge dei barbari, cosicché i mercanti possono impadronirsi di nuove risorse e i barbari indigenti diventano una nuova base di consumatori. Interi continenti vengono saccheggiati e i loro abitanti ridotti in schiavitù - e, quindi, i razziatori adducono la loro miseria come prova della loro inferiorità razziale! I missionari sono in prima linea durante questi attacchi, imponendo il regno del geloso Solo e Unico Dio quanto i soldati impongono il regno della brutalità. Terrore per territorio, sangue per soldi, denaro per sangue, Lui ordina tutto - come tutto ordina Lui.

I successori dei missionari pregano direttamente il mercato. Questi nuovi sacerdoti riscuotono persino più successo dei soldati nell’imporre la regola del potere: arriva il giorno in cui le catene non sono più necessarie per mantenere la popolazione in schiavitù, quando l’idolatria da sola è sufficiente a far combattere le persone tra loro. Ora nessuno può ricordare nessun’altra vita, e il figlio combatte il fratello che combatte il padre che combatte il vicino, mentre gli spettri della paura e dell’avarizia guardano il loro impero dall’alto. Assistiamo all’ascesa e alla caduta di re, generali, presidenti, ma il sistema, la gerarchia, rimane: la competizione stessa detiene la corona, scegliendo e scartando i suoi campioni senza pietà.

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In questi rapporti di violenza tutti vogliono ancora disperatamente fuggire ma, ancora e ancora, portano con sé i semi di questa violenza, distruggendo ogni rifugio mentre vi entrano, come fanno i profughi che fuggono nel “Nuovo Mondo” e il Comunisti che rovesciano lo Zar. Anche quelli che fuggono, come gli artisti le cui comunità gentrificano i quartieri, le cui provocatorie innovazioni creano un precedente per la fotografia di moda della generazione a venire, spianano la strada solo alle forze distruttrici che seguiranno le loro orme.

La violenza raggiunge il massimo storico. Studenti, postini - in precedenza il ritratto della socievolezza - iniziano a sparare a sangue freddo sui loro compagni. I ministri del culto molestano i chierichetti, i padri picchiano le figlie, gli adolescenti violentano le ragazze con cui escono. Le prigioni straripano. Milioni di persone muoiono negli olocausti e i mutilati che sopravvivono loro danno vita a quelli successivi. I missili nucleari puntano su tutti fino a quando l’imminenza dell’olocausto finale può essere discussa solo attraverso luoghi comuni. Ora siamo tutti nel braccio della morte, tutti prigionieri politici. Perfino nelle più altezzose fortezze degli Stati Uniti, protette dai militari più specializzati e meglio equipaggiati della storia del sistema solare, i colletti bianchi con tutti i vantaggi e l’assicurazione sanitaria non sono più al sicuro - gli aeroplani si schiantano, i grattacieli cadono. Il terrore minaccia tutti noi.

Questa sera un giovane palestinese si sforza di risolvere l’equazione: i suoi nemici hanno riempito il suo mondo con così tanta sofferenza da provare più odio per loro di quanto non ami la vita? Pensa a suo padre paralizzato, alla sua casa rasa al suolo, ai suoi amici morti - che, ogni giorno, elaboravano la stessa equazione, arrivando sempre a una conclusione, fino al giorno in cui non giunsero a un’altra.

Dov’è, in tutto ciò, l’amore? È ancora qui, nelle forme che ha sempre assunto: famiglie che mangiano insieme, amici che si abbracciano, regali dati semplicemente per il piacere di dare. Perdoniamo, conversiamo, ci innamoriamo profondamente; capita anche, a volte, che nuove comunità si uniscano per affrontare un antagonista comune, non per malvagità, ma in nome della pace, sperando di risolvere i conflitti com’erano stati risolti nei giorni che precedettero guerra e commercio. Questi momenti, anche quando si verificano solo tra pochi individui, sono potenti e preziosi come non mai. E sono ancora contagiosi, contagiosi come la violenza e l’odio, se solo fossero in grado di trovare cuori non corazzati su cui riuscire a far presa.

Il mondo ora si aspetta una guerra alla guerra, un amore armato, un’amicizia che può difendersi. Anarchia è una parola che usiamo per descrivere quei momenti in cui la forza non può soggiogarci e la vita prospera come sappiamo che dovrebbe; l’anarchia è la scienza per creare e difendere tali momenti. È un’arma che aspira all’inutilità: l’unico tipo di arma che brandiremo, continuando a sperare che questa volta, attraverso una nuova alchimia, le nostre armi non si rivoltino contro di noi.

Sappiamo che dopo “la” rivoluzione, dopo ogni rivoluzione, la lotta tra amore e odio, tra coercizione e cooperazione, continuerà; ma, allora, come ora, come sempre, la domanda importante è: da che parte stai?

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