Perché Non Facciamo Richieste

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Da Occupy a Ferguson, ogni volta che un nuovo movimento popolare nasce, gli esperti lo accusano di non fare richieste chiare. Perché i manifestanti non riassumono i loro obiettivi in un programma coerente? Perché non ci sono rappresentanti in grado di negoziare con le autorità per far progredire un programma concreto attraverso i canali istituzionali? Perché questi movimenti non possono esprimersi con un linguaggio familiare, con un protocollo corretto?

Spesso, questa non è altro che una retorica ipocrita da parte di coloro che preferiscono che i movimenti si limitino ad appelli educati. Quando perseguiamo un programma che preferiscono non riconoscere, ci accusano di essere irrazionali o incoerenti. Facciamo un paragone tra la People’s Climate March (Marcia per il clima) - che riunì 400.000 persone dietro un semplice messaggio mentre protestava in modo talmente sommesso che per le autorità non fu nemmeno necessario effettuare un arresto1 - e la rivolta di Baltimora dell’aprile 2015. Molti hanno elogiato la Marcia per il clima schernendo invece la rivolta di Baltimora come irrazionale, inqualificabile e inefficace; tuttavia, la prima ebbe uno scarso impatto concreto, mentre i moti di Baltimora costrinsero il procuratore capo a presentare accuse praticamente mai viste prima contro gli agenti di polizia. Possiamo scommettere che se 400.000 persone avessero risposto al cambiamento climatico nel modo in cui un paio di migliaia risposero all’assassinio di Freddie Gray, i politici avrebbero modificato le loro priorità.

Anche chi fa delle richieste con le migliori intenzioni, di solito interpreta, fraintendendola, la mancanza di richiesta come un’omissione anziché come una scelta strategica. Tuttavia, i movimenti senza richieste di oggi non sono espressione d’immaturità politica: sono una risposta pragmatica all’impasse che caratterizza l’intero sistema politico.

Se fosse così facile per le autorità accogliere le richieste dei manifestanti, si potrebbe pensare che ne vedremmo di più. Infatti, da Obama a Syriza, nemmeno i politici più idealisti furono in grado di portare a compimento le promesse di riforma che li avevano fatti eleggere. Il fatto che, dopo le rivolte di Baltimora, siano state mosse delle accuse contro gli assassini di Freddie Gray, suggerisce che l’unico modo per fare qualche passo avanti sia smettere completamente di fare richieste formali.

Quindi, il problema non è la mancanza di richieste dei movimenti di oggi; il problema è la politica delle richieste stesse. Se cerchiamo un cambiamento strutturale, dobbiamo impostare il nostro programma al di fuori del discorso di coloro che detengono il potere, al di fuori dell’assetto di ciò che le loro istituzioni possono fare. Dobbiamo smettere di presentare delle richieste e iniziare a fissare degli obiettivi. Ecco il perché.

Fare delle richieste ti mette in una posizione di contrattazione più debole.

Anche se la tua intenzione è semplicemente quella di negoziare, esplicitare fin dall’inizio il minimo che ci vorrebbe per calmarti ti metterebbe in una posizione di contrattazione più debole. Nessun negoziatore accorto inizia facendo delle concessioni. È più intelligente apparire implacabile: quindi vuoi scendere a patti? Facci un’offerta. Nel frattempo, saremo qui a bloccare l’autostrada e a dar fuoco alle cose.

Non esiste una moneta di scambio più potente della capacità di attuare noi stessi i cambiamenti che desideriamo, aggirando le istituzioni ufficiali - il vero significato dell’azione diretta. Ogni volta che siamo in grado di farlo, le autorità si affrettano a offrirci tutto ciò che in precedenza avevamo richiesto invano. Per esempio, la sentenza Roe vs. Wad che ha reso legale l’aborto è avvenuta solo dopo che gruppi come il Jane Collective crearono reti auto-organizzate che hanno praticato interruzioni di gravidanza a prezzi accessibili a decine di migliaia di donne.

Ovviamente, chi è in grado di attuare direttamente i cambiamenti che desidera, non ha bisogno di fare richieste a nessuno - e prima lo riconoscerà, meglio sarà. Ricordiamoci come, nel febbraio 2014, le persone in Bosnia prima incendiarono gli edifici governativi, poi convocarono delle riunioni plenarie per formulare richieste da presentare al Governo. Dopo un anno non avevano ricevuto nulla se non denunce penali, mentre il Governo era tornato a essere stabile e corrotto come sempre.

CHIEDIAMO UN CAMBIO DI REGIME — Mostratecelo, non ditecelo.

Limitare un movimento a esigenze specifiche reprime la diversità, preparandolo al fallimento.

L’opinione diffusa è che i movimenti hanno bisogno di richieste per coesistere: senza richieste, saranno attenuati, fugaci, inefficaci.

Ma le persone che hanno esigenze diverse, o che non ne hanno affatto, possono ancora costruire insieme il potere collettivo. Se intendiamo i movimenti come spazi di dialogo, coordinazione e azione, è facile immaginare come un singolo movimento possa far avanzare una varietà di programmi. Più sarà orizzontalmente strutturato, più dovrebbe essere in grado di soddisfare diversi obiettivi.

La verità è che praticamente tutti i movimenti vengono distrutti da conflitti interni relativi a come strutturarsi e a come stabilire le priorità dei propri intenti. La richiesta di richieste nasce, di solito, come gioco di potere da parte delle fazioni interne a un movimento maggiormente coinvolto nelle istituzioni prevalenti, come mezzo per delegittimare coloro che vogliono costruire il potere in modo autonomo anziché presentando semplicemente una richiesta formale alle autorità. Ciò distorce le vere differenze politiche facendole passare per mera disorganizzazione, e travisa la vera opposizione alle strutture di Governo facendola apparire come ingenuità politica.

Costringere un movimento diversificato a ridurre il proprio programma a poche richieste specifiche consolida inevitabilmente il potere nelle mani di una minoranza. Perché, chi decide quali richieste hanno la priorità? Di solito, sono lo stesso tipo di persone che detengono un potere sproporzionato altrove nella nostra società: professionisti ricchi, prevalentemente bianchi, esperti nel funzionamento del potere istituzionale e dei media istituzionali. Gli emarginati vengono nuovamente emarginati all’interno dei propri movimenti, in nome dell’efficacia.

Tuttavia, ciò raramente serve a rendere un movimento più efficace. Un movimento con spazio per la differenza può crescere; un movimento basato su contratti di unanimità. Un movimento che include una varietà di programmi è flessibile, imprevedibile; è difficile comprarlo, difficile indurre i partecipanti a rinunciare alla loro autonomia in cambio di alcune concessioni. Un movimento che premia l’uniformità riduttiva è destinato ad alienare un target poiché ne mette in secondo piano bisogni e preoccupazioni.

Un movimento che include una varietà di prospettive e critiche può sviluppare strategie più complete e sfaccettate rispetto a una campagna monotematica. Costringere tutti ad allinearsi dietro una serie di richieste è una pessima strategia: anche quando funziona, non funziona.

Limitare un movimento a richieste specifiche ne mina la longevità.

Oggi, mentre la Storia si muove sempre più velocemente, le richieste sono spesso rese obsolete ancor prima che una campagna possa decollare. In risposta all’assassinio di Michael Brown, i riformisti chiesero che la polizia indossasse delle microcamere - ma prima che questa campagna potesse essere pienamente avviata, un Gran Giurì annunciò che nemmeno l’ufficiale che aveva ucciso Eric Garner sarebbe stato processato, anche se l’omicidio di Garner era stato ripreso.

I movimenti basati su richieste specifiche crolleranno non appena tali richieste saranno sorpassate dagli eventi, mentre i problemi che si erano prefissati di affrontare persistono. Anche da una prospettiva riformista, ha più senso costruire movimenti attorno alle questioni che affrontano, anziché intorno alle singole soluzioni.

Limitare un movimento a richieste specifiche può dare la falsa impressione che esistano soluzioni facili a problemi che in realtà sono estremamente complessi.

“OK, hai un sacco di rimostranze - chi non ne ha? Ma dicci, quale soluzione proponi?”

La richiesta di un impegno concreto è comprensibile. Non serve semplicemente sfogarsi; il punto è cambiare il mondo. Ma un cambiamento significativo richiederà molto di più di qualsiasi piccolo aggiustamento che le autorità possano prontamente concedere. Quando parliamo come se ci fossero soluzioni semplici per i problemi che affrontiamo, affrettandoci a presentarci come non meno “pratici” degli esperti politici del Governo, prepariamo il terreno per il fallimento, indipendentemente dal fatto che le nostre richieste vengano soddisfatte o meno. Ciò provocherà delusione e apatia molto prima che si sviluppi la capacità collettiva di arrivare alla radice delle cose.

Promettere rimedi facili nel vano tentativo di legittimare noi stessi è un errore soprattutto per chi tra noi crede che il problema fondamentale sia la disparità di distribuzione di potere e di autorità insita nella nostra società, anziché la necessità di questo o quell’adeguamento delle politiche. Il nostro compito non è presentare soluzioni già pronte che le masse possano elogiare dalle retrovie; questo lascialo ai demagoghi. La nostra sfida è piuttosto quella di creare spazi in cui le persone possano discutere e implementare soluzioni direttamente, su una base continuativa e collettiva. Anziché proporre soluzioni rapide, dovremmo diffondere nuove pratiche. Non abbiamo bisogno di progetti, ma di punti di partenza.

Fare richieste presuppone che tu voglia cose che il tuo avversario può concedere.

Al contrario, sarebbe improbabile che le istituzioni dominanti potessero concedere la maggior parte di ciò che vogliamo, anche se i nostri governanti avessero cuori d’oro. Nessuna iniziativa aziendale fermerà i cambiamenti climatici; nessuna agenzia governativa smetterà di spiare la popolazione; nessuna forza di polizia abolirà il privilegio bianco. Solo gli organizzatori delle ONG si aggrappano ancora all’illusione che tutto ciò sia possibile, probabilmente perché il loro lavoro dipende da questo.

Un movimento abbastanza forte potrebbe colpire l’inquinamento industriale, la sorveglianza dello Stato e la supremazia bianca istituzionalizzata, ma solo se non si limitasse alla semplice richiesta formale. La politica basata sulla domanda limita l’intera portata del cambiamento alle riforme che possono essere fatte all’interno della logica dell’ordine esistente, emarginandoci e posticipando per sempre il vero cambiamento al di là dell’orizzonte.

Non serve a nulla chiedere alle autorità ciò che non possono concedere e che non concederebbero nemmeno se potessero. Né dovremmo dar loro una scusa per acquisire ancora più potere di quello che già possiedono, con il pretesto che ne hanno bisogno per essere in grado di soddisfare le nostre richieste.

La nostra unica richiesta: non fateci incazzare.

Fare richieste alle autorità legittima il loro potere, centralizzando l’azione nelle loro mani

È tradizione secolare che le onlus e le coalizioni di sinistra presentino richieste che sanno che non potranno mai essere soddisfatte: non invadere l’Iraq, fermare i tagli all’istruzione, salvare le persone non le banche, far smettere alla polizia di uccidere i neri. In cambio di brevi udienze con i burocrati che rispondono a giocatori molto più scaltri, indeboliscono la loro politica e cercano di convincere i colleghi meno compiacenti a comportarsi bene. Questo è ciò che chiamano pragmatismo.

Anche se tali sforzi potrebbero non raggiungere il loro scopo esplicito, riescono comunque a ottenere qualcosa: inquadrano una narrazione in cui le istituzioni esistenti sono le uniche protagoniste plausibili del cambiamento. Questo, a sua volta, spiana la strada a ulteriori campagne infruttuose, a ulteriori spettacoli elettorali in cui nuovi candidati alla carica raggirano giovani idealisti, a ulteriori anni di paralisi in cui la persona media può solo immaginare di accedere al proprio potere attraverso la mediazione di qualche partito politico o di qualche organizzazione. Riavvolgi il nastro e fallo ripartire.

La vera autodeterminazione non è qualcosa che può esserci garantita da un’autorità qualunque. Dobbiamo svilupparla agendo sulla nostra forza, centrandoci nella narrazione come protagonisti della Storia.

Fare richieste troppo presto può limitare in anticipo la portata di un movimento, chiudendo il ventaglio delle possibilità.

Nel momento in cui un movimento nasce, quando i partecipanti non hanno ancora avuto la possibilità di elaborare un’idea del proprio potere collettivo, potrebbero non essere in grado di riconoscere quanto siano davvero profondi i cambiamenti che desiderano attuare. Se un movimento strutturasse le richieste a questo punto del processo, la sua ascesa potrebbe essere arrestata, limitando le ambizioni e l’immaginazione dei suoi membri. Allo stesso modo, creare un precedente all’inizio per restringere o attenuare i suoi obiettivi aumenta solo la probabilità che ciò continui ad accadere.

Immaginiamo cosa sarebbe successo se il movimento Occupy fosse stato d’accordo su richieste concrete fin dall’inizio - sarebbe comunque servito come spazio aperto in cui così tante persone potevano incontrarsi, sviluppare le loro analisi e radicalizzarsi? O sarebbe finito come un unico accampamento di protesta interessato solo alla personalità giuridica, ai tagli di bilancio e, forse, alla Federal Reserve? È meglio che i traguardi di un movimento si sviluppino parallelamente allo sviluppo del movimento stesso, in modo proporzionale alla sua capacità.

Fare richieste riconosce che alcune persone rappresentano il movimento, stabilendo una gerarchia interna e dando loro un incentivo per controllare gli altri partecipanti.

In pratica, uniformare un movimento su specifiche esigenze di solito significa designare dei portavoce che negozino per suo conto. Anche se sono scelti “democraticamente” sulla base del loro impegno e della loro esperienza, questi - come conseguenza del loro ruolo - non potranno fare a meno di sviluppare interessi diversi da quelli degli altri partecipanti.

Al fine di mantenere la credibilità come negoziatori, i portavoce devono essere in grado di calmare o isolare chiunque non sia disposto a condividere gli accordi da loro stretti. Nella speranza di guadagnare un posto al tavolo dei negoziati, gli aspiranti leader sono così incentivati a dimostrare che possono regnare all’interno del movimento. Gli stessi uomini impavidi le cui azioni inflessibili contribuirono innanzitutto a far conquistare influenza al movimento, tutt’a un tratto s’imbatterono in attivisti in carriera che, pur essendosi uniti solo in seguito, dissero loro cosa fare - o negando la loro appartenenza al movimento. Questa tragedia si svolse a Ferguson nell’agosto 2014, dove i locali che avevano fatto decollare il movimento opponendosi alla Polizia furono calunniati da politici e personaggi pubblici che li accusarono di essere degli outsider che sfruttavano il movimento per impegnarsi in attività criminali. La verità era ben diversa: gli outsider stavano cercando di dirottare un movimento avviato da una rispettabile attività clandestina, allo scopo di ridare legittimità alle istituzioni dell’autorità.

A lungo termine, questo tipo di pacificazione può solo contribuire alla morte di un movimento. Ciò spiega la relazione ambigua che la maggior parte dei leader ha con i movimenti di cui sono i rappresentanti: per essere utili alle autorità, devono essere in grado di sottomettere i propri compagni, ma i loro servizi non sarebbero affatto necessari se il movimento non dovesse rappresentare un qualche tipo di minaccia. Da qui la strana mescolanza di retorica militante e ostruzionismo pratico che, spesso, caratterizza tali figure: devono cavalcare la tempesta e, tuttavia, tenerla a bada.

A volte la cosa peggiore che può accadere a un movimento è che le sue richieste siano soddisfatte.

Le riforme servono a stabilizzare e a preservare lo status quo, uccidendo l’entusiasmo dei movimenti sociali, garantendo che non avvengano cambiamenti più radicali. Concedere piccole richieste può servire a dividere un movimento potente, convincendo i partecipanti meno impegnati a tornare a casa o a chiudere un occhio sulla repressione di coloro che non scenderanno a compromessi. Tali piccole vittorie sono concesse solo perché le autorità le considerano il modo migliore per evitare grandi cambiamenti.

In un’epoca d’importanti mutamenti, quando tutto è pronto, un modo per disinnescare una rivoluzione in fieri è quello di soddisfare le sue richieste prima che abbia il tempo di intensificarsi. A volte, questa sembra una vera vittoria - come accadde in Slovenia nel 2013, quando due mesi di protesta rovesciarono il Governo al potere. Ciò pose fine ai disordini prima che i problemi sistemici che li avevano causati, che erano molto più profondi di quando i politici erano in carica, potessero essere affrontati. Un altro Governo salì al potere mentre i manifestanti erano ancora storditi dal loro stesso successo - e tutto riprese come al solito.

Durante il crescendo che avrebbe portato alla Rivoluzione egiziana del 2011, Mubarak offrì ripetutamente ciò che i manifestanti avevano chiesto un paio di giorni prima; ma, man mano che la situazione nelle strade si faceva più intensa, i partecipanti diventavano sempre più inarrestabili. Se Mubarak avesse offerto di più, e prima, avrebbe potuto essere ancora al potere oggi. In effetti, la Rivoluzione egiziana alla fine fallì non perché chiedeva troppo, ma perché non si spinse abbastanza in là: destituendo il dittatore ma lasciando l’infrastruttura dell’esercito e lo “Stato profondo” al loro posto, i rivoluzionari lasciarono campo libero ai nuovi despoti affinché consolidassero il potere. Per far sì che la rivoluzione avesse successo, avrebbero dovuto abbattere la struttura dello Stato stesso mentre tutti erano ancora nelle strade e il ventaglio delle possibilità era rimasto aperto. Lo slogan “La gente vuole la caduta del regime” offrì a buona parte degli egiziani la possibilità di essere solidali ma non li preparò ad affrontare i regimi seguenti.

“LA GENTE CHIEDE LA CADUTA DEL REGIME” — Ha funzionato solo in Egitto perché non si limitarono a chiedere.

Nel 2013, in Brasile, l’MPL (Movimento Passe Livre, Movimento di Libero Passaggio) contribuì a catalizzare massicce proteste contro un aumento dei costi del trasporto pubblico; questo è uno dei pochi esempi recenti di come un movimento sia riuscito a soddisfare le proprie richieste. Milioni di persone scesero in strada e l’aumento di venti centesimi fu cancellato. Attivisti brasiliani scrissero e tennero conferenze sull’importanza di porre richieste concrete e realizzabili, al fine di accrescere l’entusiasmo attraverso vittorie graduali. In seguito, sperarono di costringere il Governo a rendere i trasporti gratuiti.

Perché la loro campagna contro l’aumento delle tariffe è riuscita? All’epoca il Brasile era una delle poche nazioni al mondo con un’economia in ascesa; aveva beneficiato della crisi economica globale ritirando gli investimenti in dollari dall’instabile mercato Nordamericano. Altrove - in Grecia, Spagna e persino negli Stati Uniti - i Governi si trovarono con le spalle al muro non meno di chi manifestava contro l’austerity, e nemmeno avrebbero potuto soddisfare le loro richieste anche se l’avessero voluto. Non fu per mancanza di esigenze specifiche che nessun altro movimento fu in grado di ottenere tali concessioni.

Appena un anno e mezzo dopo, quando le strade si erano svuotate e la Polizia aveva riaffermato il suo potere, il Governo brasiliano introdusse un’altra serie di aumenti delle tariffe, questa volta più imponenti. L’MPL dovette ricominciare tutto da capo. Ciò che emerge è che non è possibile rovesciare il capitalismo con una riforma alla volta.

Manifestazione per l’aumento delle tariffe del trasporto in Brasile: una domanda concreta, ma una lotta sisifea.

Se vuoi ottenere delle concessioni, non puntare solo all’obiettivo.

Anche se tutto ciò che desideri è apportare alcuni piccoli aggiustamenti allo status quo, una strategia più saggia è comunque quella di ottenere un cambiamento strutturale. Spesso, per raggiungere piccoli obiettivi concreti, dobbiamo puntare molto più in alto. Coloro che si rifiutano di scendere a compromessi offrono alle autorità l’alternativa indesiderabile di trattare con i riformisti. Qualcuno sarà sempre disposto a interpretare il ruolo del negoziatore - ma più persone si rifiutano, più forte sarà la posizione di contrattazione del negoziatore. Il punto di riferimento classico è qui la relazione tra Martin Luther King, Jr. e Malcolm X: se non fosse stato per la minaccia rappresentata da Malcolm X, le autorità non avrebbero avuto un tale incentivo a confrontarsi con il dottor King.

Per quelli di noi che desiderano un cambiamento veramente radicale, non c’è nulla da guadagnare attenuando i nostri desideri a uso pubblico. La finestra di Overton - la gamma di possibilità considerate politicamente attuabili - non è determinata da quelli che si trovano al centro del presunto dello spettro politico, ma dai valori anomali. Più ampia è la distribuzione delle opzioni, più possibilità si aprono. Altri potrebbero non unirsi immediatamente a te ai margini, ma sapendo che alcune persone sono disposte a sostenere quel programma potrebbero essere incoraggiati ad agire in modo più ardito.

In termini puramente pragmatici, coloro che abbracciano una varietà di tattiche sono più forti, anche quando si tratta di ottenere piccole vittorie, di quelli che cercano di limitare se stessi e gli altri e di escludere coloro che rifiutano di essere limitati. D’altro canto, dal punto di vista della strategia a lungo termine, la cosa più importante non è ottenere un immediato risultato specifico, ma è come ogni impegno ci colloca per il round successivo. Se rinviamo all’infinito le domande che vogliamo davvero porre, il momento giusto non arriverà mai. Non abbiamo solo bisogno di ottenere delle concessioni; dobbiamo sviluppare delle capacità.

Fare senza richieste non significa arrendersi allo spazio del discorso politico.

Forse l’argomento più persuasivo a favore delle richieste concrete è che se non le facciamo noi, ci penserà qualcun altro - dirottando l’entusiasmo della nostra organizzazione per far avanzare i loro programmi. E se, poiché non riusciamo a presentare le richieste, le persone finiranno per consolidarsi attorno a una piattaforma liberale riformista - o, come in molte zone d’Europa oggi, a un programma nazionalista di destra?

Di sicuro, questo illustra il pericolo di non riuscire a esprimere le nostre concezioni di trasformazione a coloro con cui condividiamo le strade. È un errore intensificare le nostre tattiche senza comunicare i nostri obiettivi, come se ogni confronto dovesse necessariamente tendere alla liberazione. In Ucraina, dove le stesse tensioni e lo stesso entusiasmo che avevano provocato la Primavera Araba e Occupy produssero una rivoluzione nazionalista e una guerra civile, vediamo come anche i fascisti possano appropriarsi dei nostri modelli organizzativi e tattici per i loro scopi.

Ma questo non è certo una motivazione per rivolgere le richieste alle autorità. Al contrario, se nascondiamo sempre i nostri desideri radicali all’interno di un fronte riformista comune per paura di alienare il grande pubblico, coloro che sono impazienti di vedere un vero cambiamento avranno maggiori probabilità di gettarsi tra le braccia di nazionalisti e fascisti, come se fossero gli unici a cercare di sfidare apertamente lo status quo. Dobbiamo essere espliciti su ciò che vogliamo e su come intendiamo procedere per ottenerlo. Non per costringere tutti ad adottare i nostri metodi, come fanno i despoti, ma per offrire un’opportunità e un esempio a tutti coloro in cerca di una soluzione. Non per presentare una richiesta, ma perché questo è l’opposto di una richiesta: vogliamo l’autodeterminazione, qualcosa che nessuno può darci.

“NON DOMANDEREMO NULLA, NON RICHIEDEREMO NULLA, PRENDEREMO, OCCUPY.” — 2012, graffiti a Londra che riprendono uno slogan dell’insurrezione del maggio 1968 a Parigi.

Se non richieste, allora cosa?

Il modo in cui analizziamo, il modo in cui organizziamo, il modo in cui combattiamo, dovrebbero parlare da soli. Dovrebbero fungere da invito per unirsi a noi in un modo diverso di fare politica, basato sull’azione diretta anziché sulla richiesta formale. La gente di Ferguson e di Baltimora che rispose agli omicidi di Michael Brown e Freddie Gray affrontando fisicamente gli agenti, riuscì a imporre la questione relativa alla violenza della Polizia più di quanto non fosse stato fatto in decenni di suppliche affinché ci fosse un controllo pubblico. Conquistando gli spazi e ridistribuendo le risorse, eludiamo il meccanismo insensatamente tortuoso della rappresentazione. Se dobbiamo inviare un messaggio alle autorità, lascia che sia questa singola, semplice richiesta: non fateci incazzare.

Invece di fare richieste, iniziamo a fissare dei traguardi. La differenza sta nel fissarli alle nostre condizioni, al nostro ritmo, quando ci si presentano le opportunità. Non hanno bisogno di essere inquadrati nella logica dei poteri dominanti, e la loro realizzazione non dipende dalla buona volontà delle autorità. L’essenza del riformismo è che anche quando ottieni qualcosa, non mantieni il controllo su di essa. Dovremmo sviluppare il potere di agire alle nostre condizioni, indipendentemente dalle istituzioni che ci troviamo ad affrontare. Questo è un progetto a lungo termine e urgente.

Perseguendo e raggiungendo i traguardi, sviluppiamo la capacità di cercarne di sempre più ambiziosi. Ciò è in netto contrasto con il modo in cui i movimenti riformisti tendono a collassare quando le loro richieste vengono realizzate o mostrate come illusorie. I nostri movimenti saranno più forti se saranno in grado di soddisfare una varietà di obiettivi, a condizione che non siano in netto contrasto. Quando comprendiamo i traguardi reciproci, è possibile identificare dove ha senso cooperare e dove no - una sorta di chiarezza che non deriva dall’allinearsi sotto l’ombrello di una richiesta del minimo comun denominatore.

Da questo punto di vista, possiamo vedere che scegliere di non fare richieste non è necessariamente un segno d’immaturità politica. Al contrario, può essere un abile rifiuto di cadere nelle trappole che hanno messo fuori gioco la generazione precedente. Impariamo a conoscere la nostra forza, al di fuori delle gabbie e delle fila della rappresentanza politica - oltre la politica delle esigenze.

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“Forse, Tuttavia, La morale della favola (e la speranza del mondo) risiede in cosa si richiede, non dagli altri, ma da se stessi.”

–JAMES BALDWIN, NO NAME IN THE STREET (NESSUN NOME NElLE STRADE)

  1. Quando è stata l’ultima volta che 400.000 persone sono state ovunque a New York senza che la Polizia arrestasse nessuno? Quella protesta non fu solo una valvola di sfogo, ma una pacificazione attiva - come un modo per ridurre l’attrito tra i manifestanti e l’ordine cui si opponevano.