Sciopero Degli Affitti?

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Una valutazione strategica sugli scioperi degli affitti della Storia—e di oggi

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In tutto il mondo, stanno circolando appelli per indire scioperi degli affitti in risposta alle ristrettezze economiche causate dalla pandemia di COVID-19. Nell’ultimo decennio, il valore degli immobili è salito alle stelle e la gentrification ha distrutto innumerevoli comunità. I costi per gli alloggi erano già insostenibili molto prima che la pandemia forzasse la situazione.

Ma come possiamo intraprendere uno sciopero degli affitti contro l’economia stessa? Quando pensiamo agli scioperi degli affitti, di solito pensiamo a un modello che prende di mira uno specifico padrone di casa, avanzando specifiche richieste. In realtà, come dimostrato dal riportato qui di seguito, questa strategia è stata effettivamente utilizzata in precedenza su una più vasta scala. Durante una crisi in cui un numero elevato di persone non sarà in grado di permettersi di pagare le bollette indipendentemente dal fatto che lo voglia o meno, ciò che conta è sviluppare reti in grado di difendere chiunque non possa pagare. Nei prossimi mesi dovremo sviluppare la capacità di affrontare ogni proprietario che tenti di sanzionare o sfrattare i residenti.

Il seguente testo è adattato da una versione spagnola di Editorial Segadores e Col·lectiu Bauma, comparso in Catalogna all’inizio di questa settimana. Gli autori prendono in considerazione oltre un secolo di scioperi dell’affitto attuati in tutto il mondo, nella speranza di capire cosa li ha resi un successo oppure un fallimento, in modo tale da valutare se si tratti di un momento opportuno per uno sciopero globale dell’affitto.

È questo il momento per uno sciopero degli affitti?

“Il fatto che ci siano un sacco di persone improvvisamente interessate a uno #scioperodegliaffitti pur senza avere esperienza alcuna con l’organizzazione tradizionale non è un segno di spontaneismo o di estrema sinistra o di qualche fallimento morale per essere stati precedentemente coinvolti in un tale tipo di organizzazione. È un segno del fatto che situazioni oggettive mutevoli abbiano presentato quella strategia come una strategia in grado di combinare a) sopravvivenza e b) una maggior influenza. Nuove condizioni significano nuove modalità organizzative anzichè impuntarsi e insistere sul vecchio tipo.”

-Joshua Clover

“Ma non posso proprio sfrattarli tutti in una volta!”

-A quanto pare, un padrone di casa in cerca di consigli attraverso un forum online dopo aver ricevuto da ciascuno dei 32 inquilini nel “suo” edificio, una lettera in cui viene dicharata la loro intenzione di partecipare allo sciopero. 25 marzo 2020, Houston, Texas

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Al momento della pubblicazione, il collettivo di alloggi Station 40, a San Francisco, ha già intrapreso lo sciopero per l’affitto.

Questi sono tempi strani. La primavera è arrivata, accompagnata da una pandemia causata da un virus che è progredito a una velocità preoccupante e dalla risposta totalitaria dello Stato che ci mette in una situazione mai vissuta prima. Mentre la polizia si gode i suoi nuovi poteri, molte persone hanno perso il lavoro e molte altre già non hanno la più pallida idea di come riusciranno ad arrivare alla fine del mese. A tal proposito, voci disobbedienti si stanno facendo sentire e l’idea di uno sciopero degli affitti ha guadagnato sempre più popolarità. Noi di Editorial Segadores e Col·lectiu Bauma abbiamo voluto studiare questo tipo di sciopero, analizzando alcuni famosi esempi del passato e immaginando come potrebbe essere uno sciopero degli affitti all’epoca del coronavirus. Ci auguriamo che queste riflessioni aiutino chiunque sia interessato a sviluppare una strategia e a passare all’azione. In risposta all’isolamento - pensiero critico e azione diretta.

Cos’è uno sciopero dell’affitto e come funziona?

Uno sciopero dell’affitto è quando un gruppo di locatari decide di interrompere collettivamente il pagamento del canone. Potrebbero avere lo stesso padrone di casa o vivere nello stesso quartiere. Ciò potrebbe avvenire in concomitanza con un’altra azione o come parte di una lotta più grande, oppure potrebbe essere il leitmotiv di una lotta contro la gentrificazione, contro condizioni di vita insostenibili, contro la povertà in generale, contro il capitalismo stesso.

Per avere successo, uno sciopero dell’affitto deve avvalersi di tre elementi:

  1. Insoddisfazione condivisa. All’inizio, anche se i vicini non hanno collettivizzato le loro richieste, è necessario che molti di loro percepiscano la situazione in modo più o meno simile: che è vergognosa o intollerabile, che corrono il rischio di perdere l’accesso alla propria abitazione e che non si fidino delle istituzioni per avere giustizia.

  2. Diffusione. Come vedremo qui di seguito, la stragrande maggioranza degli scioperi degli affitti inizia con un gruppo relativamente piccolo di persone e da lì cresce. C’è pertanto bisogno che il loro invito all’azione possa ususfruire di tutti i mezzi possibili per diffondersi, per comunicare le proprie lamentele e per chiedere sostegno e solidarietà. In molti casi, gli scioperanti possono vincere con solo un terzo degli affittuari di una proprietà che partecipa a tale tipo di sciopero, ma è necessaria una diffusione abbastanza vasta da ottenere questi numeri e per far sì che la minaccia dello sciopero si propaghi in modo convincente.

  3. Supporto. Coloro che scioperano hanno bisogno di supporto. Hanno bisogno di sostegno legale per le procedure giudiziarie, di appoggi abitativi se perdono la casa, di supporto fisico per combattere gli sfratti e di sostegno strategico per affrontare la repressione su vasta scala. In molti casi, soprattutto durante le serrate più imponenti, gli affittuari in sciopero hanno trovato tutto il sostegno di cui avevano bisogno all’interno delle proprie fila, sostenendosi a vicenda e creando le strutture necessarie per la sopravvivenza. In altri casi, hanno richiesto l’aiuto di organizzazioni già attive. Ma l’iniziativa per intraprendere uno sciopero viene sempre da quei locatari che hanno il coraggio di intraprenderlo.

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Scioperi che hanno fatto la storia e le loro caratteristiche comuni

Vedremo ora come questi tre elementi essenziali sono stati perseguiti nei principali scioperi dell’affitto avvenuti nel corso della Storia.

De Freyne Estate, Roscommon, Ireland, 1901

Nel 1901, uno sciopero dell’affitto scoppiò nelle fattorie del Barone De Freyne, un famoso proprietario terriero della Contea di Roscommon, in Irlanda. Nei decenni precedenti, gli affittuari della regione avevano consolidato il loro potere organizzativo contro i detentori di grandi proprietà, in un movimento collegato alla resistenza contro il colonialismo inglese e agli effetti della Grande Carestia. Questi movimenti non avevano attecchito a Roscommon ma, di sicuro, gli abitanti erano a conoscenza della pratica e avevano anche partecipato ad alcune forme di resistenza semi-illegale da sempre caratteristiche della locazione rurale (raduni popolari, resistenza fisica agli sfratti, sabotaggio, incendio doloso).

All’inizio del XX secolo, i residenti si organizzarono sotto l’egida della United Irish League, un’organizzazione nazionalista che si occupava di questioni agrarie ed economiche. Quando gli abitanti iniziarono il loro sciopero autonomo, si collegarono rapidamente con l’UIL locale, mentre altri gruppi si unirono loro per sostenerne lo sciopero. Intanto, la leadership si comportò in modo ambiguo, a volte offrendo supporto, altre volte cercando di inquadrare lo sciopero come impresa indipendente che non respingeva completamente i concetti di affitto e proprietà, poiché i vertici dell’UIL stavano ancora cercando di convincere una parte della classe abbiente a unirsi loro.

Tra i motivi all’origine dello sciopero, vi furono una pioggia torrenziale che distrusse gran parte del raccolto e aumentò il prezzo dei mangimi. il rifiuto di De Freyne di calmierare gli affitti. l’accumulo di debiti e gli sfratti di molte famiglie e una lunga storia di ingiustizie perpetrate ai danni della proprietà fondiaria, aggravate da un recente episodio in cui ad alcuni abitanti di una proprietà vicina era stato permesso di acquistare della terra mentre tutti i locatari di De Freyne erano costretti a continuare a vivere come schiavi.

Lo sciopero scoppiò nel novembre del 1901. All’inizio, molti locatari di De Freyne si organizzarono in modo clandestino e informale, poiché l’UIL - pur sostenendoli - non prese iniziativa alcuna. Lo sciopero - al quale prese parte oltre il 90% dei fittavoli di De Freyne e che durò oltre un anno - si estese in altre tenute. Gli affittuari resistettero agli sgomberi costruendo barricate, lanciando pietre contro la polizia e costruendo illegalmente nuove abitazioni.

Tutto ciò causò uno scandalo a livello nazionale e, nel 1903, il Parlamento inglese fu costretto ad adottare una sostanziale riforma agraria che pose la parola fine al sistema latifondistico.

Lo sciopero delle scope, Buenos Aires e Rosario, 1907

Nell’agosto del 1907, il Comune di Buenos Aires decretò un aumento delle tasse per l’anno successivo. I proprietari iniziarono immediatamente ad alzare gli affitti. Le condizioni nelle aree povere erano già miserabili. L’anno precedente, la Federazione dei lavoratori regionali argentini (FORA) aveva promosso una campagna per l’abbassamento dei canoni.

Il 13 settembre, le donne di 137 appartamenti di un isolato diedero vita a uno sciopero spontaneo. Scacciarono gli avvocati, i funzionari, i giudici e la polizia che avevano cercato di sfrattare gli inquilini. Per la fine del mese, oltre 100.000 affittuari stavano partecipando a uno sciopero guidato da donne organizzate in comitati, sostenuti da movimenti di massa e strutture organizzate dalla FORA. Richiesero una riduzione del 30% degli affitti; quando la polizia si presentò per sgomberare un inquilino, combatterono con tutto ciò che avevano a loro disposizione, sparando e combattendo corpo a corpo.

Lo sciopero si diffuse in altre città, tra cui Rosario e Baía Blanca, ricevendo il sostegno di varie organizzazioni sindacali, socialiste e anarchiche, guidate dalla FORA. La repressione della polizia fu intensa; in un caso, uccisero un giovane anarchico. Alla fine, nonostante gli scioperanti fossero riusciti a fermare molti sfratti, non furono in grado di costringere i proprietari ad abbassare il canone. Dopo tre mesi di intense battaglie e la deportazione di molti organizzatori - come Virginia Bolten - ai sensi della Legge sul permesso di soggiorno, la lotta perse forza.

Sciopero dell’affitto di Manhattan, New York, 1907

Tra il 1905 e il 1907, gli affitti di New York aumentarono del 33%. La città crebbe senza sosta, riempiendosi di poveri immigrati che andavano a lavorare nelle fabbriche, nei cantieri e al porto. Vi fu anche un’impennata nelle attività anarchiche e socialiste. In autunno, i proprietari annunciarono un altro aumento dei canoni di locazione. In risposta, la ventenne Pauline Newman, una lavoratrice immigrata ebrea e socialista, prese l’iniziativa, convincendo altre 400 giovani lavoratrici affinché appoggiassero la richiesta di uno sciopero dell’affitto. Alla fine di dicembre, 10.000 famiglie smisero di pagare, chiedendo una riduzione del 18-20% e, nell’arco di poche settimane, circa 2.000 famiglie si videro ridurre la pigione. Quest’evento rappresentò l’inizio di una serie di lotte di quartiere che durarono anni e del conseguente controllo statale sugli affitti.

L’esercito della Signora Barbour, Glasgow, 1915

Negli anni precedenti il 1915, la città scozzese di Glasgow crebbe rapidamente con l’industrializzazione del tempo di guerra e con l’immigrazione delle famiglie contadine. Le classi abbienti avevano speculato sugli alloggi, lasciando l’11% delle case libere e non finanziando nuove costruzioni, mentre la classe lavoratrice si era trovata a vivere in alloggi sempre più affollati e degradati. Organizzazioni come lo Scottish Housing Council (Alloggi popolari scozzesi) e vari sindacati avevano trascorso anni cercando di attuare delle riforme legali nel settore dell’edilizia abitativa e degli affitti; pur riuscendo a ottenere alcune nuove leggi, la situazione aveva continuato a peggiorare. Inoltre, con la Grande Guerra, i prezzi del cibo erano cresciuti in modo esponenziale e molti uomini del Paese si trovavano all’estero. I proprietari ne approffittarono, pensando che sarebbe stato più facile sfruttare le famiglie povere rimaste senza i loro uomini. Dall’agosto al settembre 1913, a Glasgow, furono effettuati 484 sfratti. Da gennaio a marzo 1915, ne furono eseguiti 6.441.

Nella miseria, nello sfruttamento e nell’ecatombe di cui fu vittima la classe operaia, i proprietari di Glasgow videro una buona opportunità. Nel febbraio del 1915, annunciarono un aumento del 25% su tutti gli affitti. Immediatamente, il 16 febbraio, tutte le donne povere nella parte meridionale del quartiere di Govan tennero una riunione di gruppo cui parteciparono i promotori della Glasgow Women’s Housing Association (Associazione degli alloggi delle donne di Glasgow), un’organizzazione formatasi l’anno precedente che però aveva ancora poco seguito. Durante l’incontro, crearono la South Govan Women’s Housing Association (Associazione degli alloggi delle donne di Govan), affiliata alla GWHA. Decisero di non pagare l’aumento ma di continuare a pagare il canone originale. Questo si diffuse in tutto il quartiere.

La GWHA indisse una manifestazione per il 1° maggio, attirando 20.000 partecipanti. A giugno, le donne di Govan ottennero la cancellazione dell’aumento e da allora il movimento continuò a crescere. A ottobre, oltre 30.000 persone presero parte allo sciopero degli affitti in tutta la città, diventando famose come l’Esercito della signora Barbour, dal nome di Mary Barbour, una lavoratrice di Govan. Nel corso della diffusione e del mantenimento dello sciopero, organizzarono manifestazioni e proteste e difesero gli inquilini dagli sfratti, combattendo corpo a corpo con la polizia. I sindacati minacciarono di scioperare nelle fabbriche di armamenti; alla fine dell’anno, riuscirono a ottenere la sospensione di qualsiasi azione punitiva contro gli scioperanti, il congelamento degli affitti che li mantenne ai prezzi prebellici e le prime leggi sul controllo degli affitti nel Regno Unito - un importante passo verso l’edilizia popolare, introdotta non molto tempo dopo.

Fin dall’inizio, il movimento si era guadagnato il sostegno di partiti di sinistra e di altre organizzazioni esistenti che si erano concentrate sull’edilizia abitativa, come la Scottish Federation of Housing Associations (Federazione scozzese degli alloggi popolari), collegata al Partito socialista. È però importante sottolineare che le donne, anziché aderire a organizzazioni tradizionali, ne crearono di autonome. Alcune di loro - come Mary Burns Laird, la prima presidentessa della GWHA - si allearono anche con partiti politici (il Partito Laburista, nel caso della Laird), mentre altre che non erano affiliate a nessun partito, come la signora Barbour, crearono un proprio percorso di lotta. In ogni caso, l’attività del GWHA era lontana dalla politica di sinistra tradizionale: gli incontri si svolgevano nelle loro cucine, nei lavatoi e nelle strade. In buona parte, la forza alle spalle dell’acronimo si concentrava sulla rete di solidaretà che le donne povere avevano già instaurato durante le loro attività quotidiane.

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Comité de Defensa Económica, Barcelona, 1931

Nel 1931, Barcelona era da poco uscita dalla dittatura. La gente era in fremente attesa dei miglioramenti che la democrazia avrebbe portato con sé… e rimase in attesa. Barcellona era diventata la città più costosa d’Europa, con affitti che oscillavano tra il 30% e il 40% dei salari (i dati di oggi sono simili, o anche peggio ma all’epoca la media nelle città europee era del 15%). La situazione era terrificante. Molti di coloro che non potevano permettersi di andare in affitto si appoggiavano alle “Casas de Dormir,” stanze dove potevano riposare tra un turno in fabbrica e l’altro; spesso queste stanze non avevano nemmeno dei letti, solo corde su cui i lavoratori potevano riposare le braccia.

In aprile scoppiò uno sciopero degli afftti; a esso presero parte coloro che richiedevano una riduzione del 40% dei canoni di locazione. Durò fino a dicembre, coinvolgendo tra le 45.000 e le 100.000 persone in tutta la città. Il Comité de Defensa Económica (CDE), o Comitato di difesa economica, creato dalla confederazione di sindacati CNT (Confederación Nacional del Trabajo, Confederazione nazionale dei lavoratori), svolse un ruolo cruciale nel coordinamento e nella diffusione dello sciopero.

Come parecchie altre serrate, questa fu caratterizzata dalla solidarietà tra i vicini in sciopero che costruirono barricate e resistettero insieme allo sfratto. Quando trionfarono, festeggiarono nelle strade; quando non vi riuscirono, rientrarono nella casa sgomberata e festeggiarono al suo interno. Gli stessi lavoratori che di mattina avevano chiuso l’acqua o l’elettricità, di sera tornavano per riattivarle. Erano, naturalmente, affiliati con la CNT. A volte, i poliziotti - stanchi di dover tornare nelle case occupate - buttavano i mobili dalle finestre o li distruggevano. Tra le altre tattiche impiegate vi era quella che oggi è nota come escrache, in altre parole protestare di fronte alla casa di un proprietario.

Ovviamente, lo sciopero non nacque dal nulla: si basava su tradizioni comunitarie di autonomia ed era legato a una rete sfaccettata di relazioni e legami sorte dai rapporti di vicinato e di parentela. Il movimento era anche strettamente legato alla cultura radicale promossa dalla CNT fin dalla Prima guerra mondiale.

“Santiago Bilbao, promotore del CDE, vide lo sciopero degli inquilini come un importante atto di mutuo aiuto economico attraverso il quale gli espropriati avrebbero potuto contrastare il potere del mercato e prendere il controllo della loro vita quotidiana. Il consiglio che il CDE dava ai lavoratori era: “Mangiate bene e se non avete soldi, non pagate l’affitto!” Il CDE ha anche richiesto che i disoccupati fossero esonerati dal pagamento dell’affitto. Tuttavia, anche se lo sciopero si era diffuso grazie ai raduni popolari promossi dal CDE, il movimento era davvero nato dalle strade, che erano più essenziali per esso di qualsiasi organizzazione.”

-Barcelona (1931), Huelga de Inquilinos (Barcellona (1931), Sciopero degli inquilini)

“Lo sciopero degli affitti è nato nel quartiere di Barceloneta, dove esiste una coscienza sociale vitale, che nasce sia dalla vita dura dei pescatori sia degli operai che lavorano nella Maquinista Terrestre y Marítima, una delle più importanti aziende del settore metalmeccanico. Non sorprende che queste rimostranze siano nate da questo storico quartiere di pescatori vicino al Mediterraneo, dove le case dei pescatori sono ancora note come scatole di fiammiferi. Queste erano case di 15 o 20 metri quadrati dove vivevano famiglie intere che, a volte, ospitavano parenti arrivati* ***di recente dal paese. […] È il Sindicato Único de la Construcción della CNT che chiamerà a raccolta il malcontento delle famiglie lavoratrici, che a poco a poco si diffonderà alle periferie della città e in ciascuno di questi quartieri, lo sciopero avrà le sue caratteristiche, le sue idiosincrasie e i suoi metodi di lotta.”

-Aisa Pàmpols, Manel, (2014) “La huelga de alquileres y el comité de defensa económica,” Barcelona, abril-diciembre de 1931. Sindicato de la Construcción de la CNT. Barcelona: El Lokal.

Di fatto, lo sciopero terminò dopo una dura guidata dal governatore Oriol Anguera de Sojo e dal presidente dell’Associazione dei proprietari, Joan Pich i Son, che stroncò anche l’insurrezione dell’ottobre 1934. Non appena sfoderò tutto il suo armamentario, la nuova Repubblica democratica non si dimostrò molto diversa dalla vecchia dittatura: polizia, Guardia Civil e Guardia de Asalto, la nuova polizia paramilitare. Fu applicata la Legge sulla difesa della Repubblica, una legge bavaglio che offriva carta bianca per la repressione. Qualcuno fu incarcerato come “prigioniero governativo” e il CDE fu dichiarato un’organizzazione criminale.

Nonostante ciò, le continue proteste non smisero di alimentare le braci per la rivoluzione che sarebbe nata.

Gran parte della documentazione originale dello sciopero è stata distrutta durante la guerra, forse come risultato della paura ispirata da quest’esempio di resistenza proletaria. Di conseguenza, abbiamo perso buona parte delle voci femminili che svolsero un ruolo centrale nello sciopero. La storiografia attribuisce sempre un peso maggiore alle organizzazioni formali anziché agli spazi organizzativi informali, anche se non vi è dubbio che il ruolo centrale della CNT abbia ricoperto un ruolo importante per la riuscita dello sciopero. Tuttavia, il fatto che le tattiche di sciopero fossero diverse in ogni quartiere ci dice che questo, anziché essere centralizzato, dipese soprattutto dall’iniziativa di coloro che lo attuarono.

  • Barcelona (1931), Huelga de Inquilinos (Barcellona (1931), Sciopero degli inquilini)
  • Aisa Pàmpols, Manel, (2014) “La huelga de alquileres y el comité de defensa económica,” Barcelona, abril-diciembre de 1931. Sindicato de la Construcción de la CNT. Barcelona: El Lokal.

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St. Pancras, Londra, 1959-1960

St. Pancras, a Londra, era un’area prevalentemente proletaria, dove circa 8.000 persone vivevano in case popolari.

Nel 1958, la zona votò per aumentare l’affitto nelle case popolari. Alla fine del luglio successivo, dopo che il Partito Conservatore aveva vinto le elezioni distrettuali, i canoni aumentarono nuovamente, questa volta più drasticamente (tra il 100% e il 200%), e cacciarono i sindacati (mentre in precedenza, i lavoratori della zona dovevano essere tesserati). Fino a quel momento, c’era stata una piccola organizzazione di quartiere, ma all’inizio di agosto, i residenti di un quartiere diedero vita a un’associazione. Alla fine di agosto erano state costituite 25 associazioni di inquilini di questo tipo, che avevano rappresentanti nel comitato centrale di una nuova organizzazione, la United Tenants Association (Associazione degli Inquilini). Il segretario, Don Cook, aveva già ricoperto questo ruolo in una delle poche (e piccole) associazioni di inquilini esistenti prima del 1959.

Fin dall’inizio, chi stava alla base favorì l’azione diretta e uno sciopero degli affitti, ma il Partito Laburista, che voleva sfruttare le richieste degli inquilini per battere il Partito Conservatore e riguadagnare il controllo nel distretto, li trattenne dal farlo.

Il 1° settembre 1959 si svolse una marcia e si tenne un incontro che coinvolse 4.000 persone. I partecipanti adottarono diverse posizioni tra cui il rifiuto di compilare i documenti necessari per valutare il nuovo canone di ogni famiglia, un invito all’unità, una promessa di difesa nei confronti di ogni famiglia che avrebbe dovuto affrontare lo sfratto e una richiesta di solidarietà da parte dei sindacati. Nei mesi successivi, gli inquilini continuarono a dimostrare e, con il sostegno dei sindacati, istituirono commissioni in ogni condominio, organizzando settimanalmente assemblee dei delegati a cui partecipavano 200 o più persone. Pubblicarono tre newsletter settimanali per divulgare informazioni che si diffondessero dalla leadership fino alla base. Per la fine dell’anno, 35 associazioni di inquilini erano entrati a far parte dell’UTA.

Di notte, le donne protestavano di fronte alle case dei consiglieri distrettuali; ognuno di loro fu preso di mira due o più volte la settimana. Persero un sacco di sonno. Una delle poche storie dello sciopero scritta da un partecipante (Dave Burn) riconosce che le donne “hanno costituito la spina dorsale del movimento, rimanendo attive ogni giorno e sostenendosi a vicenda”. Tuttavia, la maggior parte della storia di Burn si concentra sulle organizzazioni delegate formali, prevalentemente maschili.

L’aumento dell’affitto entrò in vigore il 4 gennaio 1960. Inizialmente, l’80% degli inquilini delle case popolari non pagò l’aumento, ma solo l’affitto precedente. Dopo molte minacce, e con l’inizio del processo di sfratto da parte del distretto, la partecipazione allo sciopero scese a un quarto dei residenti, circa 2.000. A febbraio, il Partito Laburista consigliò all’UTA di annullare lo sciopero in modo tale da poter negoziare con i conservatori. L’UTA rifiutò: senza lo sciopero, sarebbero stati totalmente indifesi e diverse famiglie si trovavano già nel mezzo degli sfratti.

Per concentrare le loro forze, l’UTA organizzò un pagamento collettivo della maggior parte degli affitti arretrati, cosicché non dovessero trovarsi a resistere contemporaneamente a un numero così elevato di sfratti Furono emesse le prime sentenze e tre sfratti erano previsti per fine agosto. Gli inquilini iniziarono a organizzare la propria difesa, determinati a non consentire nemmeno un singolo sgombero dalle case popolari. A luglio, nel mezzo di quella campagna, i leader dell’UTA s’incontrarono con i consiglieri distrettuali - ma, dal momento che i conservatori non volevano sapere nulla dei problemi degli inquilini, i negoziati fallirono. Da quel momento, l’UTA indisse uno sciopero totale degli affitti e, a metà agosto, giunsero altre 250 notifiche di sfratto.

Il 28 agosto furono erette imponenti barricate; gli affittuari avevano preparato un sistema di picchetti e allarmi per avvisare l’intero quartiere, in modo tale che i lavoratori potessero uscire e andare a difendere le case. A partire dal 14 agosto, il numero di avvisi di sfratto era salito a 514. Il Partito Laburista e il Partito Comunista temevano la crescente tensione e chiesero la cessazione dello sciopero, ma era troppo tardi.

La mattina del 22 settembre, 800 poliziotti sferrarono un attacco a cui seguì una battaglia di due ore in cui un agente rimase gravemente ferito. La polizia riuscì a sgomberare due case, ma in un edificio gli scontri continuarono fino a mezzogiorno. Circa 300 lavoratori locali accorsero in difesa dello sciopero - ma i sindacati non offrirono sostegno. Nel pomeriggio, un migliaio di poliziotti attaccò una marcia di 14.000 inquilini. Gli scontri continuarono.

Il leader dei consiglieri distrettuali segnalò di essere pronto a incontrarsi con i rappresentanti dell’UTA. Il giorno successivo, il Ministro degli Interni proibì tutte le manifestazioni e tutti i raduni.

Visto lo scandalo politico causato dalle rivolte, il Partito Laburista abbandonò gli inquilini e iniziò a denunciare “agitatori” e “radicali.” Sostenendo che ci fosse stato il coinvolgimento di provocatori esterni, insistettero sul fatto che il conflitto dovesse essere risolto attraverso il dialogo, anche se durante l’anno i conservatori del distretto lo avevano quasi sempre rifiutato. Nel frattempo, dopo i negoziati, i conservatori approvarono una piccola riduzione dell’affitto.

Sotto attacco tanto dalla sinistra quanto dalla destra, e affrontando le minacce quotidiane di nuovi sgomberi, l’UTA decise di modificare la propria strategia per evitare ulteriori sfratti. Pagò l’affitto arretrato dei vicini che si trovavano a dover affrontare il più alto rischio di sgombero e decisero di aiutare il Partito Laburista a estromettere i conservatori nelle elezioni a venire. Nel maggio del 1961, il Partito Laburista ottenne il controllo dei consiglieri distrettuali, con 51 consiglieri a 19. Diversi delegati dell’UTA si erano uniti alle loro fila e la struttura principale del loro programma elettorale era la riforma degli affitti.

Gli inquilini attesero la riforma del piano di affitto delle case popolari… e hanno atteso… e atteso. I due inquilini che erano stati sfrattati trovarono nuove case, ma dopo alcuni mesi i consulenti del lavoro annunciarono che la riforma degli affitti non sarebbe stata possibile. Lo sciopero era fallito.

Autoriduzione, Italia, anni Settanta

In Italia, gli anni Sessanta e Settanta furono un momento di crescente precarietà nel lavoro e nelle abitazioni, e anche un momento in cui la gente sognava un mondo senza sfruttamento e osava perseguire questo sogno. Nel 1974, contando sulla neutralità del Partito Comunista, i tecnocrati più lungimiranti dei settori industriali e finanziari introdussero il Piano Carli, un piano che mirava all’aumento dello sfruttamento del lavoro e alla riduzione della spesa pubblica.

In Italia, negli anni Sessanta, un forte movimento autonomo dei lavoratori aveva influenzato l’ascesa di un movimento autonomo nei quartieri, basato su comitati di zona auto-organizzati in cui le donne avevano un ruolo cruciale. Incentrati sulla sopravvivenza pratica e immediata, questi comitati organizzarono “riduzioni automatiche” in cui gli inquilini e i vicini decisero di ridurre il prezzo dei servizi come, per esempio, pagando solo il 50% per acqua o elettricità.

Nell’estate del 1974, il movimento riscosse un notevole slancio a Torino. Quando le compagnie di trasporto pubblico decisero di aumentare le tariffe, la risposta fu immediata. I partecipanti bloccarono spontaneamente gli autobus in vari punti, distribuirono opuscoli e inviarono delegati in città. Da allora, i sindacati più militanti iniziarono a organizzare una risposta popolare: avrebbero stampato i biglietti di viaggio che sarebbero stati distribuiti sugli autobus da dei volontari, facendo pagare il prezzo precedente. Attraverso la forza collettiva, costrinsero le aziende ad accettare la situazione.

Le autoriduzioni dei pagamenti dell’elettricità si diffusero rapidamente, organizzate in due fasi: in primo luogo, attraverso la raccolta delle firme di coloro che s’impegnavano a partecipare all’autoriduzione, sia nelle fabbriche sia nei quartieri; in secondo luogo, attraverso i picchetti fuori dagli uffici postali, sfruttando le informazioni trapelate dai sindacati del settore del pubblico servizio su quando e dove venissero spedite le fatture. I manifestanti fornirono informazioni su come partecipare all’autoriduzione. Dopo alcune settimane, a Torino e in Piemonte avevano aderito 150.000 famiglie.

Le autoriduzioni furono più sentite a Torino perché i sindacati regionali erano autonomi rispetto ai comitati nazionali controllati dal Partito Comunista, che bloccava ogni iniziativa di azione diretta contro l’aumento dei prezzi. Pertanto, i sindacati poterono prestare potere e sostegno alle iniziative spontanee e a quelle dei comitati di quartiere, mentre in città come Milano, i sindacati non sostennero tali iniziative oppure, come a Napoli, non vi erano associazioni di categoria abbastanza forti. In alcune città, come Palermo, studenti e giovani resero possibili le riduzioni automatiche attraverso azioni illegali.

Il movimento si estese alle riduzioni automatiche degli affitti, allo scopo di evitare che questi superassero il 10% dello stipendio di una famiglia. Varie strategie, sostenute dai sindacati più radicali, furono adottate sia dai piccoli gruppi sia dai comitati di vicinato. Durante la prima metà degli anni Settanta, i partecipanti occuparono 20.000 case, liberandole temporaneamente dalla logica commerciale dell’affitto. Vi furono anche scioperi dell’affitto a Roma, Milano e Torino.

Il movimento femminista ricoprì un ruolo importante. A tal proposito, le donne svilupparono la teoria della triplice oppressione (da parte di capi, mariti e Stato) e del lavoro riproduttivo, temi cruciali anche nelle lotte odierne.

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Township di Soweto, Sudafrica, anni Ottanta

Soweto è un’area urbana di Johannesburg con un’alta densità di popolazione. Negli anni Ottanta contava 2,5 milioni di abitanti. Durante gli ultimi decenni dell’apartheid, i residenti di Soweto vissero in condizioni di estrema povertà ed esclusione sociale. Nel 1976, quella situazione portò allo scoppio degli Scontri di Soweto, una serie d’imponenti proteste e scioperi e un giro di vite della polizia che si concluse con dozzine di morti. Le condizioni materiali dell’area iniziarono a migliorare, ma solo grazie alla lotta costante dei residenti.

La situazione abitativa era spaventosa. Le case erano di infima qualità, scarsamente igieniche e disorganizzate. Gli affitti e i servizi ammontavano a un terzo dello stipendio medio dei residenti, senza contare i tassi di disoccupazione alle stelle. Il 1° giugno 1986, quando si sparse la voce di un piano per aumentare le pigioni, migliaia di abitanti di Soweto smisero di pagare l’affitto e i servizi al Consiglio di Soweto. Quest’ultimo cercò di interrompere lo sciopero attuando degli sgomberi, ma i residenti resistettero con ogni mezzo. Alla fine di agosto, la polizia sparò su una folla che stava resistendo a uno sfratto, uccidendo oltre 20 persone. La rabbia s’intensificò e le autorità bloccarono le operazioni.

All’inizio del 1988, le autorità dichiararono lo stato di emergenza per cercare di sopprimere l’ascesa della resistenza nera in tutto il Paese. L’unico punto nevralgico che non furono in grado di reprimere fu lo sciopero degli affitti di Soweto. A metà anno, gli scioperi stavano continuando e le autorità esercitarono pressioni tagliando l’elettricità in quasi tutta la zona.

La stampa sostenne che lo sciopero non era realistico, che era sostenuto solo dalla violenza di giovani militanti. La realtà si rivelò differente: nonostante trenta mesi di stato di emergenza che aveva fermato gran parte dell’attività del movimento anti-apartheid, la stragrande maggioranza dei residenti continuò a sostenere lo sciopero. Alla fine, le autorità riconobbero di aver perso completamente il controllo. Nel dicembre 1989, annullarono tutti gli affitti arretrati - con una perdita di oltre $100 milioni -, bloccarono definitivamente gli sfratti, sospesero tutti gli affitti in attesa di trattativa con gli abitanti e, in almeno 50.000 casi, cedettero la proprietà delle case direttamente agli inquilini.

Prima di questi scioperi, il movimento anti-apartheid aveva utilizzato gli scioperi dell’affitto come tattica per protestare contro il Governo dei bianchi, quindi l’intera popolazione ne aveva familiarità; le mobilitazioni e le organizzazioni di questo movimento avevano esteso le pratiche di solidarietà. Ma il primo grande sciopero degli affitti iniziò nel settembre 1984 a Lekoa come risposta immediata degli abitanti stessi a un aumento degli affitti; l’organizzazione più coinvolta fu l’Associazione Civica Vaal, dal nome della regione in cui si trovava la cittadina. Questa fu probabilmente la madre di tutte le tattiche di sciopero degli affitti utilizzate in seguito dall’African National Congress (ANC, Congresso Nazionale Africano) e da altre organizzazioni.

Allo stesso modo, lo sciopero degli affitti di Soweto sorse dal quartiere stesso in risposta alle condizioni in cui si trovava e agli imperativi di sopravvivenza. Questo è un classico esempio di reti informali di vicinato che stanno alla base dell’organizzazione degli scioperi, con la creazione – in base alle necessità - di strutture formali una volta iniziata la manifestazione. Seppur escluse da alcune delle organizzazioni formali, le donne mantennero un ruolo chiave nell’organizzazione e nel mantenimento di quelle reti di vicinato essenziali.

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Boyle Heights Mariachis, Los Angeles, 2017

Con un tentativo di gentrificazione razzista, un proprietario d’immobili aumentò i costi di affitto del 60-80% su un piccolo numero di appartamenti in un edificio vicino a Mariachi Plaza nel quartiere di Boyle Heights a Los Angeles. Immediatamente, la metà degli inquilini - inclusi quelli non direttamente interessati dall’aumento - si mise d’accordo e richiese un confronto con il proprietario. Quando questi cercò di interagire con ciascuno di essi separatamente, la coalizione diede il via allo sciopero degli affitti. Successivamente, la Los Angeles Tenants Union (LATU, Unione degli inquilini di Los Angeles) iniziò a sostenere lo sciopero, contribuendo a mobilitare e a garantire risorse legali.

Dopo nove mesi, l’affitto aumentò solo del 14% e gli inquilini ottennero un contratto triennale (fatto molto raro negli Stati Uniti), la cancellazione di qualsiasi sanzione per mancato pagamento e il diritto, dopo tre anni, di negoziare il contratto successivo come collettivo.

Burlington United, Los Angeles, 2018

Uno sciopero iniziò in tre edifici nella stessa proprietà di Burlington Avenue - un quartiere di latinos a Los Angeles colpito da una rapida gentrificazione - in un momento in cui il numero di senzatetto tra i latinos era salito alle stelle. Quando il proprietario aumentò l’affitto tra il 25% e il 50%, 36 dei 192 appartamenti dichiararono uno sciopero dell’affitto; una delle lamentele condivise da tutti gli inquilini, erano le pessime condizioni in cui versavano gli edifici. Entro la seconda settimana, lo sciopero era stato intrapreso da 85 appartamenti, quasi la metà del totale. I residenti si organizzarono partendo da una dichiarazione di sciopero. In seguito, la LATU locale e un’organizzazione di attivisti che si occupava della difesa legale del vicinato in opposizione agli sfratti fornirono assistenza agli scioperanti.

Il sistema legislativo divise la resistenza attraverso processi giudiziari separati per ogni appartamento. La metà degli inquilini ne uscì vincitore; gli altri furono costretti ad andarsene.

Parkdale, Toronto, 2017-2018

Nel 2017, gli inquilini residenti in 300 appartamenti dello stesso proprietario siti in più edifici effettuarono uno sciopero di successo nel quartiere Parkdale di Toronto. Il rione stava subendo una rapida gentrificazione e la società immobiliare in questione si era già guadagnata una cattiva reputazione per le pessime condizioni degli appartamenti e perché stava cercando di costringere i locatari ad andarsene aumentando i prezzi degli affitti.

Quando la compagnia cercò di aumentare i prezzi, alcuni abitanti decisero di dar vita a uno sciopero; altri si unirono rapidamente, organizzandosi come assemblea. Un altro elemento importante da prendere in considerazione fu l’attività di Parkdale Organize, un’organizzazione di abitanti dello stesso quartiere nata da un’altra lotta di quartiere nel 2015. Parkdale Organize contribuì a far esplodere lo sciopero, bussando alle porte degli edifici interessati, offrendo risorse e condivisione di modelli di resistenza. Dopo tre mesi, riuscirono a bloccare l’aumento dei prezzi.

L’anno successivo, ispirati da quest’esempio, uno sciopero fu indetto dai residenti di un altro grande edificio di 189 piani a Parkdale. Quando la società immobiliare decretò un forte aumento degli affitti, gli inquilini di 55 appartamenti si organizzarono in un’assemblea e scioperarono. Dopo due mesi, le loro richieste furono esaudite e il proprietario annullò l’aumento dell’affitto.

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Caratteristiche comuni

La maggior parte di questi scioperi fu iniziata dalle donne, il cui ruolo fu essenziale in ognuno di loro. Gli scioperi si verificano sempre in contesti in cui molti inquilini sono vittime di condizioni simili tra loro: l’affitto che si mangia una buona percentuale dello stipendio, il pericolo di perdere la casa e altri motivi di indignazione come, per esempio, condizioni molto malsane, un problema contestuale come il colonialismo inglese (come nello sciopero Roscommon) o una riforma ingiusta che favorisce alcuni e danneggia altri. E, di solito, c’è una scintilla che li fa scattare: di solito, un aumento dei prezzi o una diminuzione delle disponibilità economiche degli inquilini.

Spesso, gli scioperi nascono spontaneamente, il che non significa che sbuchino dal nulla, ma che nascono, se il contesto è favorevole, dall’iniziativa specifica dei vicini, attuata attraverso un’assemblea o attraverso reti affettive e di vicinato. Da lì, o creano le proprie organizzazioni o sono sostenuti da altre già esistenti. In altri casi, un’organizzazione formale esiste fin dall’inizio dello sciopero, ma si tratta di un’organizzazione piuttosto piccola creata da e per gli inquilini, non una delle grandi organizzazioni sindacali o partitiche. Ci siamo imbattuti in un solo caso in cui una grande organizzazione ha richiesto uno sciopero degli affitti - nel 1931 a Barcellona.

Per quanto riguarda le possibilità di vittoria, è importante che lo sciopero si diffonda il più ampiamente possibile, ma non è necessario che coinvolga la maggioranza. Gli scioperi sono stati vinti con la partecipazione di solo un quarto o un terzo degli inquilini sotto contratto con lo stesso proprietario; nel caso di scioperi in un determinato territorio, non rivolti contro un proprietario specifico, potrebbe essere una percentuale molto più piccola del totale degli abitanti di una città, l’importante è che vi siano abbastanza partecipanti che interrompano la normalità, provochino una crisi nel Governo e portino alla saturazione il sistema legale. La determinazione nel mantenere buon umore e solidarietà anziché cercare soluzioni individuali è più importante del numero di scioperanti.

Un altro fattore, forse il più importante, dipende dal contesto. Quali sono le capacità repressive dello Stato? È meglio schiacciare la disobbedienza o placare i conflitti e ripristinare la sua immagine?

Condizioni attuali: più che adeguate

Come abbiamo visto, sono necessarie alcune condizioni affinché uno sciopero degli affitti si diffonda tra tutta la popolazione: una precarietà che renda impossibile per un numero sempre maggiore di persone l’accesso agli alloggi e la sensazione condivisa che le cose stiano andando molto male. Queste condizioni esistono attualmente?

Sempre più grandi fondi d’investimento internazionali acquistano proprietà in tutto il mondo e stabiliscono i canoni di locazione a tempi record. Mentre divorano il mercato immobiliare, il prezzo che le persone devono pagare per accedervi sale alle stelle.

Per esempio, in Spagna, il prezzo degli alloggi in affitto ha raggiunto il suo climax storico nel febbraio 2020 (l’ultimo mese per il quale i dati erano disponibili al momento della stesura di questo testo) pari a €11.1 al metro quadrato, con un aumento del 5,6% rispetto al febbraio 2019. I luoghi in cui i prezzi sono più alti sono Madrid (€ 15,0) e la Catalogna (€ 14,5). A Madrid, il prezzo è pari a € 16,3 al metro quadrato, con una crescita del 3,5%; e a Barcellona, € 16,8 per metro quadrato, con una crescita del 3,7%. Ma tutte le città turistiche hanno registrato un aumento simile. Tra il 2014 e il 2019, in Spagna, i prezzi medi degli affitti sono aumentati del 50%, superando di gran lunga il punto più alto prima della crisi del 2008.

Nello stesso periodo, lo stipendio medio degli spagnoli non è aumentato nemmeno del 3%. Esatto: un aumento del 50% dei costi abitativi e uno del 3% degli stipendi. Quando si parla di stipendio medio si parla sia dei lavoratori sia dei milionari, e questi ultimi non devono pagare l’affitto. Se ci riferiamo allo stipendio medio o allo stipendio guadagnato dalla maggior parte delle persone (ovvero lo stipendio più comune tra le masse), noteremo che è aumentato molto meno e nell’arco di qualche anno è addirittura diminuito. In breve: ora più che mai ci sono più persone che non possono accedere agli alloggi. Negli ultimi cinque anni, molto prima del coronavirus, abbiamo visto il propagarsi di questa situazione.

Questa mancanza di accesso agli alloggi si palesa anche nelle statistiche. Nel 2018, in Spagna, ci sono stati oltre 59.000 sgomberi, con una proporzione crescente di sfratti per mancati pagamenti degli affitti. Nel 2019, ne sono stati portati a termine più di 54.000, il 70% effettuato grazie alla Legge delle locazioni urbane. Entrambi gli anni, le comunità della Catalogna e dell’Andalusia sono state in testa per il numero di sfratti. Il declino tra il 2018 e il 2019 è in gran parte spiegato dalla resistenza agli sfratti emersa ovunque e dalla tendenza verso un minor numero di pignoramenti ogni anno, poiché ora sempre meno persone possono ottenere un mutuo e le banche sono più disposte a negoziare dopo l’esplosione della resistenza degli ultimi dodici anni. Tra il 2017 e il 2019, il numero di senzatetto a Madrid è cresciuto del 25%, arrivando ufficialmente a 2.583 persone, sebbene altri esperti affermino che, in realtà, ce ne siano circa 3.000. In tutta la Spagna ci sono approssimativamente oltre 40.000 clochard [Negli Stati Uniti, il numero di senzatetto nella sola Los Angeles è di gran lunga superiore].

La pandemia di coronavirus non fa che aggravare questa situazione. Molte persone hanno perso il lavoro e non sorprende che le misure di emergenza intraprese dal Governo siano state maggiormente interessate ad aumentare polizia e poteri marziali, a proteggere le istituzioni finanziarie, gli uomini d’affari e chi ha un mutuo, lasciando pertanto senza protezione coloro si trovano in condizioni più precarie - affittuari, persone senza documenti e clochard. D’altro canto, è un momento in cui le iniziative di solidarietà si sono diffuse alla velocità della luce, attraverso cacerolazos (manifestazioni rumorosa con pentole e padelle) sui balconi e una rapida espansione delle esigenze sociali, il tutto nonostante lo stato d’assedio imposto dal Governo.

In breve, non è solo il momento giusto per uno sciopero degli affitti, ma è più che mai necessario organizzare tali iniziative ora. Se questo non è il momento adatto - un periodo in cui vi sono una precarietà abitativa alle stelle, una pandemia e la rapida diffusione d’iniziative sociali - forse non ce ne sarà mai uno adatto per lanciare uno sciopero degli affitti?

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Preoccupazioni degli inquilini

È comprensibile che gli affittuari che potrebbero essere a favore dello sciopero possano nutrire una serie di dubbi.

Preoccupazioni pratiche e legali

I dubbi iniziali derivano semplicemente da una totale mancanza di familiarità con gli scioperi degli affitti: per quanto ne sappiamo, è dal 1931 che in Spagna non se ne vedono. Come funziona? Quali sono i miei diritti e quali le possibili sanzioni se smetto di pagare il canone?

In breve, devi solo fare due cose per unirti allo sciopero dell’affitto: smettere di pagare e comunicarlo ad altre persone. Puoi comunicare il mancato pagamento al proprietario o non farlo. Farlo può rendere lo sciopero più forte, ma il messaggio sarà trasmesso, anche se più locatari con lo stesso proprietario si uniranno allo sciopero. L’Unione degli inquilini di Gran Canaria ha un esempio di un modulo che puoi inviare al locatore.

Il secondo passo è molto importante: informare gli altri che hai aderito allo sciopero dell’affitto. Più persone si uniranno, meno pericolo ci sarà per ogni partecipante. Parlare con i tuoi vicini è il modo migliore per incoraggiarli a unirsi a te. È anche molto importante comunicare dello sciopero alle reti che possono fornire solidarietà nel tuo quartiere. Queste potrebbero essere le associazioni di quartiere, i sindacati degli alloggi o degli inquilini, o anche i sindacati basati sulla solidarietà come la CNT. Se saranno a conoscenza, approssimativamente, del numero di persone che aderirà allo sciopero, saranno in grado di distribuire informazioni e risorse e aiutare a organizzare una difesa collettiva in caso di sfratto. Ricorda: insieme, siamo molto più forti.

Per quanto riguarda le conseguenze legali, se smetti di pagare l’affitto, il proprietario potrebbe iniziare una procedura di sfratto per buttarti fuori dal tuo appartamento. Ma in molti casi, quando più inquilini con lo stesso locatore smettono di pagare la pigione, questi è costretto a raggiungere un accordo che può includere una riduzione dell’affitto. In una situazione di crisi generalizzata come quella attuale, e se molte persone iniziano a scioperare, è molto probabile che lo Stato intervenga con una moratoria sugli sfratti.

Puoi trovare ulteriori informazioni sui diritti legali [in Spagna] qui e qui.

Preoccupazioni emotive

L’aspetto emotivo è essenziale durante uno sciopero degli affitti. Gli alloggi precari esistono ovunque, ogni giorno. L’elemento fondamentale per innescare un tale tipo di sciopero è il coraggio di coloro che dicono quando è troppo è troppo, di coloro che decidono di correre rischi, di coloro che decidono di prendere l’iniziativa. É una situazione un po’ paradossale: se tutti osano, la vittoria è praticamente garantita e si corrono pochissimi rischi. Se tutti esitano, senza la sicurezza del gruppo, i pochi che osano possono perdere la casa.

Eppure, in questo momento siamo in netto vantaggio. Milioni di persone provenienti dai quartieri più umili si trovano nella stessa situazione - e sappiamo già tutti di trovarci in questa situazione. Non saranno “pochi” quelli che si assumeranno i rischi, perché ci sono già decine di migliaia di persone che hanno perso il lavoro e non saranno in grado di pagare l’affitto, e questo numero non farà che lievitare. Se soffriamo in silenzio, potremmo non rischiare nulla, ma allo stesso tempo potremmo perdere le nostre case, ma se alziamo la voce e collettivizziamo la nostra lotta, abbiamo tutto da guadagnare e niente da perdere. Anche le persone leggermente più privilegiate, quelle che possono sopravvivere un mese, due mesi, tre mesi senza retribuzione o che hanno conservato il lavoro, hanno molto da guadagnare se si uniscono a migliaia di persone che non hanno altra via d’uscita, perché nessuno di noi sa quanto durerà la quarantena o quanto durerà la conseguente crisi economica. Indipendentemente dalla pandemia, nella maggior parte delle città spagnole, stavamo già perdendo l’accesso agli alloggi. Se la normalità ritornerà… allora il turismo tornerà insieme ad Airbnb, alla gentrificazione e alla pressione insopportabile dell’affitto in costante aumento.

Abbiamo un altro vantaggio dalla nostra parte: durante lo stato di emergenza, anche i tribunali sono paralizzati. Alcune città hanno già posticipato tutti gli sfratti e altri comuni non saranno affatto in grado di gestirli o, se lo faranno, avverrà molto lentamente.

Non potrebbe esserci un momento migliore per iniziare uno sciopero degli affitti. L’unica cosa che dobbiamo fare è alzare la voce e collettivizzare la situazione che tutti noi ci troviamo a vivere.

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Organizzazioni specializzate nella lotta per la casa

Le organizzazioni sociali svolgono un ruolo molto importante in uno sciopero degli affitti. Possono indirlo, sostenerlo o danneggiarlo. Quali sono le caratteristiche di una relazione forte ed efficace tra il movimento abitativo e le organizzazioni?

Innanzitutto, dobbiamo riconoscere la realtà dei movimenti per gli alloggi. Il movimento è composto da tutti coloro che vivono in condizioni abitative pessime o che rischiano di perdere l’accesso alla propria casa. Loro, i precari, sono quelli che hanno tutto da perdere e tutto da guadagnare; sono quelli che devono prendere l’iniziativa per dichiarare uno sciopero degli affitti o per compiere altri atti di resistenza.

Quando si parla di sciopero degli affitti, l’organizzazione è una questione della massima importanza strategica, ma non esiste un’organizzazione specifica imprescindibile. Un’organizzazione che è già molto forte può indire lo sciopero, come avvenne a Barcellona nel 1931. Ma se gli stessi abitanti ne hanno la necessità, saranno loro stessi a proclamarlo per poi sviluppare le organizzazioni di cui hanno bisogno per costruire una rete di sostegno e coordinare le loro azioni. Anche laddove esistano già organizzazioni specializzate in alloggi, se non rispondono ai bisogni immediati dei residenti, questi le ignoreranno e ne creeranno di proprie. E nello sfortunato caso in cui un’organizzazione si consideri proprietaria del movimento e cerchi di guidarla in base alle proprie esigenze politiche anzichè a quelle dei residenti - come accadde nello sciopero di St. Pancras, a Londra, nel 1960 - finirà per danneggiare sia lo sciopero sia gli affittuari.

Il fatto che la stragrande maggioranza degli scioperi degli affitti sia stata organizzata da donne è un riflesso di questa dinamica: le organizzazioni formali di sinistra sono emerse in gran parte secondo una logica patriarcale che pone gli “interessi di partito” davanti ai bisogni umani delle persone più colpite. Per questo motivo, le donne organizzano spesso le proprie strutture, tra le altre cose, all’interno delle proprie reti e con i propri metodi, anziché unirsi alle grandi organizzazioni già esistenti.

Una relazione forte ed efficace tra il movimento abitativo e le organizzazioni sociali potrebbe basarsi su questi princìpi:

  1. Le organizzazioni sociali rispondono alle esigenze dei residenti. Possono aiutare a formulare strategie, ma non dovrebbero far finta di niente di fronte alle realtà e alle inclinazioni degli inquilini.
  2. Le organizzazioni esistono per sostenere i residenti, non per guidarli. Se le organizzazioni ritengono che la loro leadership sia essenziale, gli affittuari dovranno, probabilmente, intraprendere inziative proprie quando l’azione diventerà impellente.
  3. Le forme di sostegno più importanti che possono essere offerte dalle organizzazioni sono di tipo psicosociali e difensive. Per quanto riguarda le prime, l’organizzazione aiuta i residenti a capire che non sono soli, che insieme sono forti, che possono vincere. In questo senso, l’essenziale è tenere alto il morale delle persone, non scoraggiarle o seminare paura o falsa cautela. Per quanto riguarda il loro ruolo difensivo, questo consta nelle attività di coordinamento della resistenza fisica agli sfratti e nella raccolta di risorse legali per i procedimenti giudiziari. Senza quest’attività, gli scioperanti cadranno una casa dopo l’altra.

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Per converso, quali sono le caratteristiche di una relazione controproducente tra le organizzazioni sociali e il movimento abitativo?

Attivismo specializzato. È ammirevole quando le persone dedicano la propria vita a lotte di solidarietà per la dignità e la libertà, ma le dinamiche problematiche sorgono quando da quest’approccio deriva una specializzazione che genera distanza tra gli esperti e le “persone normali.” Nel caso della lotta per la casa, gli attivisti potrebbero finire per essere più consapevoli delle prospettive di attivisti e militanti “organizzati” di quanto non lo siano riguardo a ciò che sta accadendo ad altri inquilini e persone precarie. Di conseguenza, stabiliscono le priorità degli interessi dell’organizzazione (affiliazione di più membri, avere un bell’aspetto per i media, ottenere delle posizioni attraverso negoziazioni con le autorità), quando gli interessi dei residenti dovrebbero sempre avere la precedenza (ottenere l’accesso ad alloggi dignitosi e stabili).

Questo straniamento tra attivisti e residenti può prendere la forma della falsa cautela. È vero che uno sciopero degli affitti è una lotta molto dura e non qualcosa da proporre alla leggera, ma assumere una posizione conservatrice nella situazione attuale equivale a voler negare la realtà che molte persone stanno già vivendo. Uno sciopero degli affitti è pericoloso, ma è innegabile che nell’attuale crisi il pericolo sia già qui. Questo mese, decine di migliaia di persone non saranno in grado di pagare l’affitto, per non parlare delle decine di migliaia che già vivono per strada in una situazione di assoluta vulnerabilità.

Il pericolo dell’attivismo specializzato è particolarmente grave nel caso di persone economicamente privilegiate. È ammirevole quando persone di famiglie abbienti decidono di combattere fianco a fianco con chi è precario, ma è assolutamente inaccettabile che le prime provino a determinare le priorità o a stabilire il ritmo delle lotte delle seconde. Come in tutti i casi di privilegio, dovrebbero essere trasparenti con i loro compagni e onesti con se stessi e sostenere le lotte dei precari invece che cercare di mettersi alla loro guida.

Visione su scala ridotta o frammentata. È del tutto comprensibile che chi ha trascorso molto tempo a combattere per la casa si senta un po’ sotto pressione o in dubbio quando si parla di invito generale allo sciopero degli affitti. Anzi, sarebbe preoccupante se non si sentisse così. È passato più o meno un secolo da quando gli scioperi degli affitti hanno avuto una tale diffusione, ma dobbiamo anche riconoscere che è passato quasi un secolo da quando il capitalismo ha attraversato una crisi intensa come quella che si sta manifestando oggi, e lo sciopero degli affitti continua a essere uno strumento efficace. Dovremmo essere rasserenati nel sapere che gli inquilini e le organizzazioni coinvolte negli scioperi degli affitti degli ultimi tre anni a Toronto e Los Angeles stanno sostenendo l’attuale appello internazionale.

Per quanto riguarda il pericolo di frammentare le lotte, riteniamo totalmente inaccettabile qualsiasi appello che non tenga conto delle esigenze dei senzatetto e di chi è senza documenti. Per quanto sia comprensibile che molte organizzazioni in cerca di cambiamenti a breve termine si concentrino su un ambito o argomento più specializzato, non dovrebbero contribuire alla frammentazione delle lotte, minando la possibilità di solidarietà. Una tattica dello Stato consiste nell’offrire soluzioni alle persone con mutui, ma niente agli affittuari. Anche se abbiamo le migliori intenzioni, non dovremmo replicare quest’approccio. Pertanto, tutti gli inviti dovrebbero appoggiare una moratoria sugli sfratti e anche legittimare la pratica di occupare case vuote o, perlomeno, collegarsi con chi lo fa.

Dicotomia Riforma/Rivoluzione. Parlando chiaramente, credere di poter vincere una rivoluzione e di riuscire ad abolire tutte le strutture oppressive da un giorno all’altro è un’illusione: le rivoluzioni sono fatte da un lungo cammino di lotte continue. È anche sbagliato credere che sia possibile ottenere vere riforme senza creare una forza che minacci il potere dello Stato: gli Stati mantengono il controllo sociale e il benessere dell’economia e non proteggono coloro che sono sacrificabili per tutto questo. Quasi tutte le riforme veramente vantaggiose sono state vinte dai movimenti rivoluzionari, non da quelli riformisti.

Esiste un dibattito intenso su quale debba essere la relazione adeguata tra lo Stato e i movimenti politici, sulla tattica e sulla strategia. Ma noi siamo più forti quando lavoriamo insieme - quando coloro che s’impegnano a raggiungere piccole ma importanti conquiste sono connessi a coloro che investono i propri sforzi contro le fonti primarie dello sfruttamento e si concentrano per ottenere una società in cui tutto questo non esisterà più. Alla fine della giornata, le nostre lotte rappresentano un ecosistema. Non convinceremo mai il mondo intero a pensarla come noi, né domineremo tutti i movimenti sociali; chiunque cerchi di farlo non farà altro che indebolire il proprio loro movimento. Dovremmo coltivare relazioni sane basate sulla solidarietà tra le diverse parti della stessa lotta, condividendole quando possibile - e quando ciò non fosse possibile, dovremmo dare a ciascuno la possibilità di proseguire su un percorso più o meno parallelo. Per far sì che questo tipo di solidarietà funzioni, è necessario rispettare il lavoro diretto su cui si concentrano alcuni e, allo stesso tempo, non denunciare alla stampa o alla polizia il “radicalismo” di un gruppo.

Per qualcuno che spende la metà dei suoi guadagni nell’affitto, è facile apprezzare una legge che lo limiti; per chi non può permettersi un’assicurazione privata, è semplice apprezzare i servizi sanitari pubblici; per chi vive in una casa occupata, è semplice apprezzare una moratoria sugli sfratti; per un migrante è semplice apprezzare le protezioni giuridiche contro la deportazione. Prima di arroccarsi sulle proprie idee politiche, chi non vive personalmente nessuna di queste situazioni dovrebbe entrare in empatia con chi, invece, le vive.

Al contempo, molti di noi che sperimentano la precarietà scelgono di non crearsi un’identità al di fuori di essa. Dobbiamo arrivare alla radice del problema. La salute pubblica e il controllo degli affitti sono importanti, ma le riforme legali e il bene “pubblico” non sono sotto il nostro controllo, sono sotto quello dello Stato e non ci faranno del bene quando questo deciderà che non sia conveniente continuare a mantenere ciò che ci ha dato. Perché questa pandemia ha provocato una crisi così grave? Perché lo Stato ha continuamente ridotto la qualità dei servizi sanitari pubblici. Perché l’affitto è aumentato così tanto? Perché lo Stato ha approvato la Legge sull’affitto urbano, togliendo le protezioni guadagnate dalle generazioni precedenti.

Le misure a breve termine sono necessarie, ma abbiamo anche bisogno di una prospettiva rivoluzionaria, almeno per chi non vuole passare tutta la vita a lottare per le briciole, per la mera sopravvivenza.

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Qualche conclusione

Il capitalismo è globale. Gli Stati si sostengono l’un l’altro a livello globale. Una rivoluzione in un unico posto non è possibile, almeno non a lungo termine. Una visione internazionalista è essenziale in questo periodo di pandemia, xenofobia, confini e multinazionali. In Spagna, l’internazionalismo è stato piuttosto debole negli ultimi tempi. In America Latina, ci sono stati scioperi e rivolte per ottenere il trasporto pubblico gratuito, ci sono stati colpi di Stato di destra, ci sono stati mesi e mesi di lotta e parecchi morti. Eppure, in Spagna non si è sentita volare una moscha. A Hong Kong, c’è stato quasi un anno intero di proteste contro le nuove misure autoritarie. In Spagna, il silenzio. Per tutto il 2019, proprio dall’altra parte dei Pirenei, i gilet gialli si sono impegnati al massimo per combattere l’austerity. Quante manifestazioni a loro sostegno sono state fatte in Spagna?

I movimenti per la libertà e la dignità e contro lo sfruttamento devono essere globali. In questo momento siamo vittime di una pandemia globale - e gli Stati più forti, dagli Stati Uniti alla Cina, stanno rispondendo con apatia e mortale incompetenza o con un livello di sorveglianza totalitaria (droni, geolocalizzazione in tempo reale, telecamere in ogni spazio pubblico che utilizza il riconoscimento facciale). In Spagna, stiamo assistendo a una combinazione d’incompetenza e autoritarismo della Polizia.

Lo sciopero degli affitti si sta già diffondendo in vari Paesi neoliberisti, dove un gran numero di persone rischia di perdere la casa. Non c’è dubbio che questa è la stessa situazione che stiamo vivendo in Spagna. Se non siamo in grado di internazionalizzare le nostre lotte ora, lo saremo mai?

Per solidarietà e dignità, contro la precarietà. #RentStrikeNow #scioperodegliaffittisubito

“È necessario che nessuno ci calpesti, succhiando il nostro sangue e negandoci il diritto di vivere”

-Virginia Bolten