Non per il martirio

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IRPGF

Alla fine di Marzo 2017 si è diffusa la notizia che in Rojava si è andato formando una nuova formazione guerrigliera anarchica, l’International Revolutionary People’s Guerrilla Forces (IRPGF). Il loro stato di emergenza ha rilanciato le discussioni sulla partecipazione anarchica alla resistenza Kurda e alla lotta armata vista per il cambiamento sociale. E’ stato difficoltoso comunicare con i compagni in Rojava, dato che stanno operando in condizioni di guerra e circondati da nemici su ogni lato. Perciò siamo molto emozionati nel presentarvi la discussione più completa e critica mai apparsa sulle IRPGF, che esplora il contesto complesso della guerra civile Siriana e le relazioni tra lotta armata, militarismo e trasformazione rivoluzionaria.

Gli sviluppi della situazione siriana ci stanno portando verso un futuro in cui la guerra non sarà più limitata a specifiche zone geografiche ma diventerà una condizione pervasiva. Gli attori statuali e non sono stati ineluttabilmente coinvolti nei conflitti, che ora si estendono ben oltre i confini siriani; oggi in molti paesi che non vedono la guerra sui propri suoli da oltre 70 anni si è ricominciato a pensare alla guerra civile. Le guerre su procura, che un tempo erano geograficamente contenute, si sono ora diffuse in tutto il mondo, mentre le confessioni religiose, le etnie, le nazionalità, i generi e le classi economiche divengono esse stesse i mandatari nei vari conflitti tra le ideologie e le elite. Fino a che il capitalismo genererà crisi economiche ed ecologiche sempre più pesanti, questi conflitti saranno inevitabili. Ma mentre ci offrono nuove opportunità di sfidare il capitalismo e lo stato, difficilmente riescono a focalizzarsi sulle relazioni di coesistenza pacifica e di mutuo appoggio che gli anarchici desiderano creare.

E’ possibile per gli anarchici prendere parte a questi conflitti senza abbandonare i nostri principi ed i nostri valori? E’ possibile coordinarsi con forze che perseguono agende diverse riuscendo a preservare la nostra integrità ed autonomia? Come dovremmo approcciare queste situazioni senza trasformarci in una macchina da guerra militarizzata? Dagli osservatori privilegiati di Europa e Stati Uniti siamo in grado di sviluppare analisi limitate su queste posizioni, anche se è necessario riuscire a formare il nostro pensiero critico. Siamo grati per aver avuto la possibilità di conversare con i combattenti in Rojava e speriamo in futuro di avere altre opportunità simili con chi sta sui fronti caldi e sulle linee di battaglia in tutto il mondo.

Anarchists in Rojava announce formation of the IRPGF.

D: Per anni le forze Kurde hanno chiesto sostegno internazionale per combattere al loro fianco. Come fa questa chiamata a realizzarsi in pratica? Vi considerate partecipanti equi ed autonomi sia nelle battaglie che nella trasformazione sociale? O ritenete di essere degli alleati a supporto della loro difesa?

R: Per prima cosa è importante sottolineare come non tutti i sostenitori internazionali vengano nella Rojava, o comunque più in generale in Kurdistan, per gli stessi motivi. Come di certo saprete, per decenni c’è stato un grosso flusso di volontari internazionali che si sono uniti alle fila del Partito Kurdo dei Lavoratori (PKK). Inoltre il supporto internazionale è giunto anche dai paesi confinanti e da altri partiti e gruppi guerriglieri come l’Organizzazione per la liberazione della Palestina (OLP) e l’Esercito Segreto Armeno per la Liberazione dell’Armenia (ASALA).

In tempi più recenti comunque, i volontari internazionali sono giunti nella regione principalmente per la crescita di Daesh (ISIS) e dei suoi rapidissimi attacchi in Iraq e in Siria. Qualche anno fa, quando erano in corso la battaglia di Kobane e la campagna genocida di Daesh in Rojava e Shengal, arrivarono a combattere molti individui e gruppi di volontari, per le ragioni più disparate. Ad esempio, i Leoni del Rojava attrassero coloro i quali avevano motivazioni ideologiche e prospettive di tipo militarista, destrorso e religioso. Allo stesso tempo arrivarono anche i militanti delle sinistra turca, segnatamente del Partito Comunista Marxista-Leninista (MLKP) e del Partito Comunista Marxista-Leninista Turco (TKP/ML), che successivamente inclusero le United Freedom Forces (BÖG) che si formarono dopo i fatti di Kobane. Queste forze hanno aderito alla lotta armata nello sforzo di sostenere le forze Kurde non solo in Rojava, ma anche a Bakur (Kurdistan del Nord, Turchia) e in Turchia.

Così, durante quei mesi chiave a Kobane, erano presenti contemporaneamente fondamentalisti cristiani, fascisti ed islamofobi che si trovarono a combattere fianco a fianco con comunisti turchi ed internazionali, socialisti e perfino qualche anarchico. Questo non vuol dire che tutti i combattenti occidentali erano o fascisti o di sinistra. Al contrario, molti volontari internazionali si sono semplicemente identificati come antifascisti, sostenitori delle battaglie Kurde, femministe liberali, sostenitori della democrazia e persone affascinate dal progetto di confederalismo democratico che si stava svolgendo in Rojava. La situazione è cambiata sul terreno e molti destrorsi e fondamentalisti religiosi non combattono più con le Unità di Protezione del Popolo e con le Unità di Difesa delle Donne (YPJ/YPG), mentre c’è sempre un mix eclettico e niente affatto monolitico di volontari internazionali.

In pratica, i sostenitori internazionali sono stati piazzati in varie unità secondo determinati criteri. Ad esempio, il personale con precedente esperienza militare che arriva può avere accesso alle unità Kurde che non sarebbero accessibili a chi questa precedente esperienza militare non ce l’ha. Tra queste persone vi sono ad esempio cecchini (suîkast) e unità di sabotaggio (sabotaj tabûrs). Chi giunge qui con motivazioni ideologiche, anarchismo, comunismo o socialismo, può scegliere di andare in una delle basi dei partiti turchi per addestrarsi e combattere come membro aggiunto nelle unità di guerriglia. La maggior parte dei volontari internazionali comunque si unisce a qualche unità Kurda interna alla YPJ e alla YPG e combatte insieme a Kurdi, Arabi, Yezidi, Armeni, Assiri ed altri gruppi all’interno delle Forze Democratiche Siriane (SDF).

La posizione sociale dei volontari internazionali in relazione ai membri indigeni delle forze militari è per forza di cose complessa. Per gli abitanti della Rojava, e più in generale per il movimento di liberazione Kurdo, è un onore avere dei supporti internazionali che vengono a difenderli quando per almeno un secolo si sono sentiti abbandonati dalla comunità internazionale nella loro lotta per l’autonomia e l’autodeterminazione. Tuttavia, attorno a certi occidentali che vengono qui a combattere si crea un’atmosfera che li rende quasi delle celebrità, senza contare che alcuni elementi dell’establishment politico e militare locale contribuiscono a creare attorno a questi volontari un’aura paternalistica e a farli diventare dei simboli. Naturalmente queste cose dipendono anche dalle ragioni per le quali i volontari vengono in Rojava. Ad esempio, alcuni provano un enorme piacere a mostrare i loro volti, posano con le armi in pugno e gongolano dei loro successi. Altri preferiscono nascondere le loro facce, per motivazioni sia pratiche che politiche.

Non c’è dubbio che alcuni volontari internazionali abbiano usato il conflitto in Rojava come veicolo per farsi pubblicità, che fa un po’ parte della logica dell’età dei selfie e dei social media. Questo ha permesso ad alcuni di loro di guadagnare piccole fortune scrivendo libri ed usando la rivoluzione per i loro guadagni personali. Questa è la peggior forma di avventurismo e di opportunismo. Sia chiaro che questi rimangono una piccola percentuale dei combattenti internazionali e non sono in nessun modo rappresentativi delle motivazioni e delle azioni della maggior parte dei foreign fighters. Mentre c’è molto apprezzamento per coloro i quali sono riusciti a portare il conflitto e la rivoluzione all’attenzione di un pubblico più ampio, non va sottovalutato il fatto che chi combatte qui può, in molti casi, dimenticarsi del conflitto e poter avere il privilegio di tornare al comfort delle loro vite. Arrivano anche dei turisti della guerra, che vengono perché attratti dai conflitti e dai combattimenti. Si compiacciono delle loro esperienze militari, e molti hanno servito nella Legione Straniera Francese. Quando vengono interpellati, esprimono spesso il desiderio di andare in Ucraina o in Myanmar per continuare a combattere una volta lasciata l’area.

Questo ci porta ad una importante posizione teoretica che abbiamo assunto come IRPGF. A nostro avviso, crediamo che la maggior parte dei volontari internazionali, soprattutto occidentali, riproducano i loro privilegi e le loro posizioni sociali in Rojava. Vorremmo ora introdurre il concetto di “conflitto sicuro”. Poiché questa guerra è sostenuta dagli Stati Uniti e dalle potenze occidentali, è abbastanza sicuro combattere il nemico senza affrontare le ripercussioni di essere un’organizzazione ideologicamente Apoista (Apo è il nomignolo affettuoso di Abdullah Ocalan, tra i fondatori del PKK) e legata quindi ad un’organizzazione dichiarata terrorista. Non si hanno vere e proprie sanzioni se si viene a combattere in Rojava, a meno che non ci si unisca a qualcuno dei gruppi più radicali. Ad esempio, i cittadini turchi che combattono qui, vengono dichiarati terroristi dallo stato turco e perfino i compagni del Partito Marxista-Leninista (Ricostruzione Comunista) sono stati arrestati ed incarcerati ed i loro uffici in Spagna chiusi con l’accusa di avere contatti con il PKK. A parte questi, che sono casi eccezionali, la stragrande maggioranza dei volontari internazionali che vengono a combattere Daesh e ad aiutare i Kurdi sono al sicuro dalle azioni penali nei loro paesi.

Inoltre, in alcuni casi, qui viene riprodotto l’esempio di attivisti ed intellettuali occidentali pronti ad applaudire un conflitto che si svolge oltre le frontiere dei propri paesi ma non disposti a sacrificare la loro comodità e i loro privilegi portandosi le lotte in casa. Alcuni vengono e fanno i rivoluzionari per sei mesi o un anno, si possono applaudire, si fanno i complimenti a vicenda e tornare poi alla normale esistenza. Non sono la maggioranza, ma qui sono visti come un problema. Capiamoci: non vogliamo degradare o ridicolizzare chi viene a combattere per qualche mese o un anno, anche perché qualunque volontario mette a rischio la propria vita semplicemente scegliendo di entrare in una zona di guerra. D’altro canto però i sostenitori internazionali mentre rischiano la vita imparano nuove tecniche e si aprono loro nuove prospettive e quando ritornano a casa potrebbero continuare la lotta in diversi modi.

Alcuni volontari internazionali hanno perfino cambiato le loro posizioni ideologiche. La maggior parte lo ha fatto positivamente, vedendo la liberazione e l’autodeterminazione delle donne come componenti chiave per una vita più liberata. Una piccola minoranza ha maturato invece delle posizioni negative, dichiarando che i Kurdi sono combattenti incompetenti, che la rivoluzione sta fallendo o fallirà presto e che l’esperienza in Rojava non ha fornito loro combattimenti sfrenati come avrebbero desiderato.

Ci domandiamo cosa succederà in prospettiva? Cosa succederà quando le forze internazionali gireranno le spalle al progetto in Rojava e non saranno più utili per le forze rivoluzionarie? I sostenitori internazionali avranno la forze di combattere contro l’esercito turco o, per dire, quello americano? Staremo a vedere.

A differenza dei sostenitori internazionali appena citati, ci sono coloro i quali sono arrivati con analisi profonde e chiare delle loro ideologie politiche, della geopolitica regionale e della guerriglia. La miscela, la qualità e la quantità di guerriglieri comunisti, socialisti ed anarchici non ha pari in nessuna parte del mondo. Questo ci offre nuove opportunità e ci consente di essere innovativi, come nella creazione della Brigata Internazionale per la Libertà (IFB) o delle operazioni di formazione congiunta, ma evoca anche lo spettro della storia che si ripete.

Tirando le fila, crediamo che coloro i quali sono giunti qui per motivi ideologici o per supportare le genti della Rojava e le loro lotte partecipino egualmente sia alle battaglie sia al processo di trasformazione sociale, mentre gli altri, una crescente minoranza, che sono venuti come esperti militari o come turisti di guerra non hanno questa attitudine, dato che pretendono di sapere più cose della guerra rispetto alle forze locali sul terreno. Questo ha comportato anche degli scambi piuttosto duri e talvolta scontri fisici ed intimidazioni.

Noi come IRPGF siamo allo stesso tempo partecipanti autonomi allo scontro e alleati per la difesa popolare. Non li vediamo come capi separati ed esclusivi. Però in qualche modo la nostra autonomia è limitata dal fatto di fare parte di un fronte ampio di battaglia con strutture militari semi formalizzate e una gran varietà di alleanze. Noi combattiamo sotto le YPG, il che significa essere parte delle SDF che in questo momento cooperano con le forze militari statunitensi e di altri paesi occidentali che stanno combattendo Daesh. La nostra è una posizione basata sul pragmatismo, che non ci fa cambiare opinione sul fatto che gli Stati Uniti, come Daesh e come qualsiasi altro stato siano nostri nemici. Riconosciamo anche che sono state proprio le politiche estere statunitensi a creare in qualche modo Daesh e quindi ora devono assumersi la responsabilità di combatterlo.

A parte queste complesse alleanze internazionali, questa lotta contiene sia caratteristiche indigene che internazionali che ne rende più importante la difesa. Ciò su cui ci stiamo ora interrogando e che stiamo imparando attraverso l’autocritica, la teoria e la pratica è la relazione dei rivoluzionari internazionalisti anarchici con una lotta indigena che vede sé stessa come parte di un movimento rivoluzionario internazionalista che si diffonderà ben oltre i confini di tale lotta.

Siccome la maggior parte delle nostre energie è incentrata sulla lotta armata, al momento abbiamo progetti limitati per ciò che concerne la società civile. Attualmente stiamo lavorando nel supporto di attività anarchiche nella società civile. Anche se la trasformazione sociale non è l’unico progetto che bisogna affrontare. Ad esempio, gli abitanti dei villaggi arabi nelle vicinanze della nostra base sono venuti quotidianamente per darci latte e yogurt che producono, mentre in cambio noi gli fornivamo zucchero o altri beni che loro non avevano in una sorta di mutuo appoggio. Tutto ciò ha creato legami di solidarietà e di vita collettiva. Abbiamo anche buone relazioni con un piccolo numero di famiglie armene nella regione. I soli semplici atti di bere chai insieme o di baciarci sulla guancia per salutarci sono i primi passi fatti insieme per costruire relazioni che a lungo termine possono contribuire a porre le basi per dei progetti che portano alla trasformazione sociale.

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D: I combattenti internazionali, segnatamente gli anarchici ed i comunisti, per qualche tempo si sono organizzati separatamente in Rojava. Come mai? Qual’è la vostra relazione con le altre strutture Kurde?

R: Come già accennato prima, la maggior parte dei combattenti internazionali anarchici, apoisti, socialisti e comunisti, oltre a quelli che più generalmente si definiscono antifascisti e antimperialisti, hanno tentato di organizzarsi separatamente. Fino a qui nulla di nuovo. Per rispondere alla domanda bisognerebbe fornire una descrizione della situazione storica della sinistra turca e dei numerosi gruppi armati operanti in zona.

Per ciò che concerne la sinistra turca e specialmente quella parte coinvolta nella lotta armata e che mantiene unità guerrigliere, la relazione tra vari gruppi è una cosa che è cambiata e si è adattata nel corso degli anni. Ci fu un tempo in cui i partiti della sinistra turca si vedevano nemici l’un l’altro, molto più di quanto considerassero nemico lo stato turco o il sistema capitalista. Questo ha portato a violenze interpartitiche e perfino alla morte di alcuni militanti. Intanto, come la storia ci ha dimostrato, lo stato turco si è dimostrato molto più forte e resistente di quanto ci si sarebbe mai immaginati. In precedenza la maggioranza della società turca non ha promosso la lotta, a differenza dei partiti, in quanto essendo tradizionalmente marxista-leninista credeva dogmaticamente che tutto si sarebbe svolto come risultato di una necessità storica. Nei fatti, con l’avvicinarsi del referendum in Turchia e con Erdogan praticamente sicuro di una vittoria dei sì, i partiti hanno avvertito la necessità di unirsi e di lottare insieme. Ciò non significa che non lo avessero già fatto in precedenza. Infatti la maggior parte dei partiti, il più grande dei quali era il PKK, hanno collaborato nei gruppi di guerriglia nella vasta regione montagnosa della Turchia, condividendo risorse e addestramento e perfino effettuando operazioni congiunte. E’ solo il 6 Marzo 2016 però che si è fatta la storia, con la formazione del movimento rivoluzionario unitario del popolo (Halkların Birleşik Devrim Hareketi). Questo fronte unitario comprende dieci dei maggiori partiti impegnati nella lotta armata e li lega sotto la stessa struttura e la stessa bandiera nella lotta contro il governo di Erdogan e lo stato turco.

Bisogna poi guardare più in generale alla storia del medio oriente per capire in che modo i vari partiti turchi agivano nei vari paesi e partecipavano ai vari conflitti. Ad esempio il Partito Comunista di Turchia/Marxista-Leninista (TIKKO), ASALA e il PKK operarono in Libano (nella valle di Beqaa) e si addestrarono insieme all’OLP e ad altri gruppi guerriglieri palestinesi, libanesi ed internazionali, conducendo anche operazioni congiunte. In Siria il PKK costruì dei quartier generali e aprì sedi di partito e strutture di formazione in Rojava dagli anni ’80 fino alla metà degli anni ’90. Abdullah Ocalan fu libero di operare in tranquillità con il supporto del regime siriano, che vedeva la Turchia come un nemico. Le crescenti tensione turco-siriane e la minaccia di guerra costrinsero Hafiz Al-Assad a tagliare tutti i ponti con Ocalan e ad espellerlo dal territorio siriano. Il collasso dell’Unione Sovietica costrinse molti gruppi guerriglieri turchi ed internazionali a nascondersi e a limitare mobilità, risorse, addestramento ed operazioni. La guerra civile siriana e la rivoluzione in Rojava fornirono un’altra occasione ai partiti turchi illegali clandestini e nascosti sulle montagne a spostarsi in Rojava e creare basi ed operazioni per supportare la lotta, organizzarsi e poter comunicare più liberamente ed efficacemente. Ciò ha portato molti partiti ad aprire dei quartier generali (karargahs) in Rojava.

Quando il conflitto in Rojava si è intensificato e i partiti hanno avvertito la necessità di condividere risorse, intelligence e operazioni militari questi, sotto la guida del MLKP, hanno formato la Brigata Internazionale di Liberazione. Questo esperimento di condivisione di comando e gestione che ha unificato i vari partiti e gruppi sotto una bandiera per combattere, fu il primo di questo tipo in Rojava, precedendo la formazione del movimento rivoluzionario unitario del popolo (HBDH). L’esperimento diede risultati altalenanti. Ad esempio, l’IFB era gestito secondo i principi del centralismo democratico con i quali noi dell’IRPGF non siamo d’accordo. Preferiremmo essere completamente orizzontali e rispettare l’uguaglianza per tutti i gruppi ed i membri. Inoltre, la stragrande maggioranza dei gruppi, dei partiti e dei combattenti all’interno dell’IFB sono turchi, per cui il carattere prettamente internazionale del gruppo veniva compromesso. Perfino le forze Kurde di riferiscono all’IFB chiamandoli çepê turk, sinistra turca. Detto questo, dobbiamo sostenere che il gruppo ha avuto un valore positivo e simbolico ed ha riscosso diversi successi militari. Ha dimostrato che i vari gruppi e partiti, incluso l’IRPGF, possono lavorare, addestrarsi e combattere insieme contro un nemico comune, unendo le energie e le forze per raggiungere la vittoria sia in combattimento che all’interno della società civile.

Sebbene la Brigata Internazionale per la Libertà ricada sotto il comando della leadership congiunta dei vari gruppi e partiti che afferiscono in essa, in ultima analisi fa parte dell’YPG e quindi delle SDF. Quindi mentre siamo autonomi per ciò che concerne strutture militari, organizzazioni di unità e movimenti individuali, attendiamo ordini e direttive direttamente dall’YPG circa la nostra posizione ed i nostri movimenti sul campo di battaglia, esattamente come il resto della IFB. Questo ci colloca direttamente sotto il comando dell’YPJ/YPG e quindi anche coi condividiamo alleanze e campi di battaglia con tutti quelli che conducono le operazioni congiunte. Tuttavia i gruppi ed i partiti mantengono la loro autonomia come entità separate al di fuori dalla struttura della IFB e possono dissentire con le posizioni delle forze Kurde e perfino criticare certe politiche e certe decisioni. Allo stesso tempo, in quanto parte di IFB facciamo molta attenzione ad esprimere posizioni, punti di vista e prospettive quando operiamo col nome e nelle strutture di IFB stessa. Ultimamente IFB si è rivelata un laboratorio ed un esperimento unico che attrae persone di estrema sinistra e radicali di tutti i colori e li persuade a combattere in una stessa unità e sotto un’unica struttura di comando.

IRPGF statement of solidarity with the struggle in Brazil.

D: Considerando che l’alleanza tra gli eserciti Kurdi e Statunitensi non durerà per sempre o non permetterà di creare spazi per progetti radicali in Rojava, come si posizionano gli anarchici in questo conflitto? Riuscite a mantenere una certa autonomia nelle decisioni prese da altre parti coinvolte in questa alleanza?

R: Il termine alleanza può essere molto fuorviante, è una parola forte ed assoluta. Gli Stati Uniti ed i loro alleati, per ragioni politiche ed economiche assolutamente indipendenti, hanno messo in piedi un progetto di eliminazione del gruppo armato di Daesh, dal quale la rivoluzione si deve difendere e che anche le YPJ/YPG vorrebbero eradicare. Quindi le YPJ/YPG stanno sullo stesso campo di battaglia degli americani. Data la condivisione di un comune nemico e dato che l’antagonismo politico, ideologico ed economico tra le due parti è lontano dall’accendersi per una certa priorità nel combattere ISIS, la cooperazione militare non è così sorprendente. Non c’è nessuna alleanza politica tra gli Stati Uniti ed i rivoluzionari della Rojava.

Infatti noi riteniamo che la cooperazione tra i rivoluzionari e gli USA non possa durare. Naturalmente anche qui esistono forze che vorrebbero costituire uno stato-nazione o che utilizzano sentimenti nazionalisti per stimolare il sostegno americano. Appena fuori dalla porta di casa abbiamo il Governo Regionale Kurdo (KRG) di Masoud Barzani, che è un ennesimo pupazzo degli Stati Uniti nella regione. Il KRG ha imposto un embargo virtuale sulla Rojava. Barzani e il KDP sono visti da molti come dei traditori per essersi alleati con la Turchia a spese dei Kurdi e degli Yezidi di Shengal. Inoltre il KRG cerca di mescolare le carte, sia politicamente con gruppi quali il Consiglio Nazionale Kurdo (ENKS) ed il KDP all’interno della Rojava, sia militarmente con i Peshmerga della Rojava. I nemici di questa rivoluzione sono innumerevoli.

E’ abbastanza noto che pensatori anarchici come ad esempio Murray Bookchin hanno contribuito in maniera rilevante alla rivoluzione sociale, con posizioni che hanno portato Abdullah Ocalan a muoversi dal Marxismo-Leninismo fino a creare la teoria del Confederalismo Democratico. Indipendentemente dalla precisione di questo dato, è un fatto che oggi gli anarchici possano avere un forte impatto sulla rivoluzione, sia nella lotta armata che nella società civile. Attraverso il dialogo ed i progetti congiunti, oggi posiamo lavorare con le comunità locali e sviluppare relazioni che possono ulteriormente rafforzare gli utili della rivoluzione e spingerla in avanti. Con più gli anarchici e la loro filosofia influenzeranno il dialogo con le persone e le strutture sociali in Rojava, con più ci sarà la possibilità di costruire insieme qualcosa di nuovo e di concentrarci sulla trasformazione, non solo in Rojava, ma nel mondo intero. Qui sta l’importanza di connettere le lotte tra loro, come già facemmo in passato con Bielorussia, Grecia e Brasile. La battaglia in Rojava è la battaglia di ogni quartiere oppresso, di ogni comunità. E’ la battaglia per una vita liberata ed è qui che gli anarchici possono avere un impatto devastante.

Come anarchici siamo senza ombra di dubbio contro tutti gli stati e le autorità. Questa cosa non è negoziabile. Mentre riconosciamo pienamente il ruolo dei vari partiti nelle lotte e nelle battaglie per liberare il territorio sia in Rojava che nella più vasta regione montuosa del Kurdistan, crediamo che la solidarietà critica ci permetta di lavorare, lottare ed anche morire accanto ai partiti, pur mantenendo l’autonomia di restare critici verso le loro ideologie le loro strutture, le mentalità feudali e molte delle loro politiche. Mantenere l’autonomia significa che possiamo essere in disaccordo con le loro posizioni o scegliere di non combattere se le alleanze delle forze rivoluzionarie vanno oltre la sopravvivenza e le pragmatiche necessità geostrategiche. In ultima analisi, se le forze rivoluzionarie dovessero formare alleanze formali con le potenze statali e facessero diventare la Rojava stessa un’entità statuale, anche se questo stato fosse socialdemocratico, le IRPGF abbandoneranno la lotta e sposteranno le loro basi operative ovunque si continui una lotta realmente rivoluzionaria. I progetti anarchici intrapresi nella società civile sarebbero comunque in grado di funzionare e continuare fino a che ci sarà la volontà di portarli avanti, ma è probabile che ai gruppi guerriglieri anarchici e comunisti non sarà più consentito di operare in Rojava.

IRPGF statement of solidarity with the struggle in Belarus.

D: Avete avvertito della tensione tra l’impegno nella lotta armata e lo sviluppo di progetti sociali in Rojava? In che modo questi due aspetti si compenetrano e si rinforzano l’un l’altro? Ed in che modo sono in contraddizione?

R: Il nostro gruppo ha appena iniziato a sviluppare progetti sociali in Rojava. Per un’unità è difficile organizzare e portare avanti progetti sociali quando è impegnata nella lotta armata e manca di risorse in termini di personale ed infrastrutture. Servirebbero più persone; dobbiamo raggiungere la massa critica necessaria per sviluppare un progetto che abbia successo. Alcuni nostri compagni prima di venire qui hanno lavorato nella società civile e sono stati attivi nel creare nuove iniziative che siano al contempo sostenibili e fattibili. Questo ci consentirà di impegnarci nei nostri rispettivi impegni nella lotta armata e nella rivoluzione sociale.

D: La guerra in Rojava ha sottoposto altre strutture sociali ai suoi imperativi? Esistono degli spazi o delle sfere dell’esistenza poste sotto il controllo dei gruppi militari, determinando di fatto relazioni gerarchizzate? In una comunità in guerra, come si prevengono le priorità militari che determinano chi detiene il potere in quelle situazioni?

R: Sicuramente la guerra in Rojava e le guerre civili in Siria ed Iraq hanno drasticamente cambiato le relazioni tra civili e militari. Ciò che ora sta accadendo in Rojava può essere descritto e caratterizzato come “comunismo di guerra”, secondo la definizione di alcuni compagni (hevals). La situazione attuale ha sottomesso gran parte dell’economia e della società civile allo sforzo bellico. Questo non ci sorprende. La Rojava è circondata da nemici che cercano di distruggere questo nascente esperimento rivoluzionario. Daesh è un attore parastatale estremamente letale ed efficace, con ingenti risorse finanziarie e militari e delle forze sul campo che si misurano in decine di migliaia. E come tale è una delle minacce più brutali e abili per la Rojava. Se non fosse stato per gli enormi sforzi bellici di grandi segmenti della società, in particolare della resistenza di Kobane e la successiva vittoria che è stata un punto di svolta fondamentale, Daesh sarebbe uscito vittorioso e avrebbe continuato la sua rapida espansione.

Con la guerra e con Daesh che ora opera in Iraq e in Siria, la Turchia è entrata nel conflitto cercando di soffocare gli sforzi di YPJ/YPG per garantire la contiguità tra i cantoni di Kobane e Afrin. Bisogna essere consci del fatto che quasi quotidianamente l’esercito turco ai confini della Rojava bombarda uccidendo sia civili che militari. Allo stesso modo ad est, in Iraq, il Governo Regionale Kurdo (Bashur) con la leadership di Masoud Barzani ed il Partito Democratico Kurdo (KDP) continuano ad imporre un embargo virtuale sulla Rojava oltre ad attaccare con i Peshmerga le Forze di Difesa Popolare (HPG) e le Unità di Resistenza di Sinjar (YBŞ) a Shengal. Infine Barzani e il KDP colludono con Erdogan ed il fascista Partito per la Giustizia e lo Sviluppo – Partito del Movimento Nazionalista (AKP-MHP) e con lo stato turco condividendo intelligence, risorse e conducendo operazioni militari congiunte.

Senza dubbio la guerra conduce di fatto a relazioni gerarchizzate e ostacola seriamente le relazioni orizzontali e il potere delle comunità. Nei fatti esistono numerosi livelli di relazioni gerarchizzate. Ci sono gerarchie interne alle strutture di partito che permeano le strutture sociali e si estendono più in generale nella società civile. Possono esser di diverso tipo, ad esempio riguardano il fatto se un aderente è un quadro o no, da quanto tempo si è nel movimento, la formazione e le conoscenze ideologiche, la loro esperienza, i contatti e l’abilità in combattimento. Tutto ciò può essere percepito come un sistema di rango, privilegio ed avanzamento. Ed in realtà è così, ma è un qualcosa che opera in contrasto con un partito che è critico su questo e con un’ideologia che cerca di trascendere queste relazioni nel bel mezzo di una rivoluzione sociale realmente esistente. Mentre i quadri dei gruppi militarizzati hanno una posizione sociale più elevata rispetto ad altre persone della società, questi invece servono le persone attraverso la struttura comune e nel contesto più ampio della Federazione Nord-Siriana. In definitiva, queste relazioni gerarchiche esistono come necessità militari nel mezzo di una guerra brutale. Come anarchici le vediamo e capiamo come mai siano necessarie, sebbene critichiamo la loro esistenza cercando di sfidare queste relazioni centralizzate di autorità e di controllo. E’ possibile criticarle attraverso il Tekmil (un’assemblea di democrazia diretta per criticare un comandante o altri gerarchi nelle unità), una pratica vitale di critica, autocritica ed autodisciplina che trae le proprie origini dal Maoismo.

Le relazione di potere gerarchiche, sebbene a volte necessarie per esigenze militari e priorità di combattimento, devono esistere come qualcosa che vogliamo e desideriamo l’un l’altro per permettere a tutti di agire in modo efficace. Quando è tempo di deliberare, possiamo discutere, criticare e prendere decisioni collettive. In combattimento ci si aspetta una guida immediata, istruzioni, protezione, certezze e responsabilità dai compagni più esperti e meglio informati, perché ci sono molte decisioni da prendere e compiti che ricadono sul gruppo e che non si possono prendere da soli o essere gravati da tali compiti. Ciò vale anche per le fasi di formazione e reclutamento. Ma queste relazioni possono avere il potenziale per minare la natura autonoma, orizzontale e autorganizzata delle comunità se non vengono intese e praticate secondo altri principi ideologici. Come possiamo noi anarchici e membri dell’IRPGF prevenire le relazioni gerarchiche in questa serie di contesti sovrapposti? La complessità di questa domanda rivela inoltre un problema intrinseco al come viene inquadrata la questione. Vale a dire che in qualche modo le priorità militari o la difesa della comunità sono faccende separate dalla comunità stessa: faccende imposte dal di fuori, da qualche attore che non vive nella comunità. Sebbene sia vero che a volte le priorità militari sono imposte alla comunità, ad esempio quando si tratta di evacuare dei villaggi che si vengono a trovare sulla linea del fronte, sotto pericolo di attacchi e con le abitazioni che temporaneamente vengono utilizzate come avamposti militari, è vero pure che in Rojava le comunità locali, di quartiere, quelle etno-religiose sono responsabili della loro stessa difesa. Non è un fatto nuovo.

Tornando ai disordini di Qamishlo del 2004 (una rivolta di Kurdi Siriani nel Nord Est), ricordiamo che si erano venute a creare delle iniziative di difesa comunitaria che precorrevano quelle che sarebbero diventate le YPG. Per proteggersi contro la più grande struttura difensiva, le YPG appunto, nel caso queste avessero imposto la propria volontà con un colpo di mano militare che avrebbe tolto il potere alla comunità, le comunità stesse crearono le loro unità di difesa, le HPC (Hêzên Parastina Cewherî). Mentre le YPG rappresentano l’esercito popolare guerrigliero in Rojava, ci sono anche organizzazioni più piccole, ad esempio il Consiglio Militare Siriaco, che è fhia, usa, irpgf, ormato da cristiani Siriaci e mira a proteggere quella comunità. La difesa stessa è decentralizzata e confederata ma allo stesso tempo mantiene la capacità di schierarsi rapidamente, di richiamare le truppe e perfino di coscrivere, qualora fosse necessario. Crediamo e riaffermiamo che le comunità in guerra debbano essere responsabili della loro stessa difesa. Tuttavia, con grandi stati, attori parastatali e non statuali che attaccano queste comunità per eliminarle, c’è necessariamente bisogno di forze militari più ingenti. Ciò può richiedere dei processi che, in tempo di guerra possono ridurre l’autonomia di una comunità. Questa realtà è quella in cui siamo costretti a vivere. Fondamentalmente c’è una dicotomia ed una tensione palpabile tra le comunità in guerra e le forze militari che affrontano nemici molto più numerosi di loro. Noi, per quanto possibile, ci impegniamo a garantire che le comunità conservino la loro autonomia nei processi decisionali mentre contemporaneamente cerchiamo di proteggerli e garantire loro la sopravvivenza. Ripetiamo che le comunità dovrebbero comunque essere le responsabili ultime della loro sicurezza; quando ce n’è la necessità, tutte le comunità dovrebbero unirsi per formare una forza militare più grande per la loro protezione collettiva. Ciò significa che ogni comunità costituisce una componente fondamentale della forza il cui compito è la protezione di tutte le comunità. Insomma, questa tensione tra la comunità e l’apparato militare non è altro che un altro aspetto della tensione filosofica che intercorre tra il particolare e l’universale. Il nostro compito è garantire che questo squilibrio venga ridotto al minimo, per consentire alle comunità di rimanere autonome e, in ultima analisi, avere l’ultima parola sulle loro priorità e sulla loro difesa.

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D: Cosa distingue le formazioni e le strategie di lotta armata anarchiche da altri esempi di lotta armata? Se vi opponete a eserciti permanenti o a gruppi rivoluzionari calcificati, ma poi asserite che la lotta armata può essere necessaria fino a che diventerà impossibile imporre istituzioni gerarchiche a chiunque, qual è la differenza metodologica che possa preservare sul lungo termine le forze di guerriglia anarchiche dal funzionare allo stesso modo di un esercito permanente o di un gruppo rivoluzionario calcificato, concentrando cioè il potere sociale?

R: Una cosa che ci viene spesso chiesta è in che modo ci differenziamo dagli altri gruppi armati dell’estrema sinistra. E quali sono i nostri tratti caratteristici. Come formazione di lotta armata anarchica, come altri gruppi anarchici in tutto il mondo, ci battiamo per la liberazione individuale e delle comunità che si basi sui principi fondamentali dell’anarchismo. Non siamo né dogmatici né ortodossi nel concepire l’anarchismo, ma sempre iconoclasti ed innovatori. L’anarchismo è un’ideologia sempre in movimento ed in crescita che è impossibile separare dalla vita stessa. Mentre altri gruppi di sinistra non anarchici potrebbero volere una sorta di socialismo o di comunismo, noi ci distinguiamo per il modo in cui intendiamo l’autorità, sia all’interno del gruppo che all’esterno. Non abbiamo leader. Non abbiamo culti della personalità né nostri ritratti appesi ai muri. Prendiamo esempio dagli Zapatisti che coprono i loro volti per focalizzarci meglio sul collettivo e non sull’individuo, perché noi, come collettivo di individui, rappresentiamo identità e posizioni sociali uniche. Prendiamo decisioni per consenso, quando siamo sul campo di battaglia ci accordiamo affinché uno o più compagni divengano responsabili dell’operazione. Non esiste una struttura di comando permanente nelle IRPGF. Le posizioni di responsabilità ruotano, la nostra logica non vuole riprodurre quella dei ranghi militari o delle strutture di classe tecnocratiche.

Le formazioni armate anarchiche non sono una novità. Ad esempio vi sono gruppi anarchici in tutto il mondo, come la Cospirazione delle Cellule di Fuoco, la FAI-IRF (Federazione Anarchica Informale – Fronte Rivoluzionario Internazionale) o Lotta Rivoluzionaria. Non siamo necessariamente d’accordo con tutte le posizioni dei membri di questi gruppi. Non cerchiamo di essere elitari o di essere dei guerriglieri di montagna che escono dal mondo e si concentrano solo sulla guerra popolare, anche se questo è un aspetto importante della lotta. Cerchiamo di portare le montagne nelle città e viceversa. E’ importante cercare di connettere tutte le battaglie, in quanto esse sono già intimamente interconnesse dalla natura dei vari sistemi di oppressione e di dominio esistenti. Anche noi “caghiamo su tutte le avanguardie rivoluzionarie del mondo” come il Subcomandante Marcos. Non ci vediamo come avanguardia anarchica. Siamo tutto fuorché quello.

Le IRPGF ritengono necessario stare in mezzo alla gente e capire il carattere sociale del processo rivoluzionario. Non esiste rivoluzione senza la partecipazione di comunità, villaggi e vicinato. Non cerchiamo di glorificare le armi che possediamo, ma piuttosto le vediamo come un veicolo per la liberazione collettiva. Ma la liberazione non si può ottenere senza una rivoluzione sociale. Non siamo un ennesimo gruppo di guerriglia urbana che cerca solo di distruggere senza costruire qualcosa di sociale e comune. Ovviamente possedere armi ed utilizzarle in battaglia porta con sé un’enorme responsabilità e un grande pericolo, non solo per noi stessi, ma per il potere che possediamo. Concordiamo con quei guerriglieri che ripetono spesso il principio Maoista secondo il quale non dobbiamo sottrarre nemmeno uno spillo alle persone. Siamo rivoluzionari guidati da dei principi, non una gang di ladri mercenari. Queste sono le basi sulle quali, come IRPGF, cerchiamo di sviluppare un’etica collettiva e una comprensione della lotta armata.

Sapendo bene che le lotte armate possono durare anni, se non decenni e sapendo anche che con il passare del tempo le strutture divengono sempre più trincerate e rigide, ci preoccupiamo per la creazione di determinate dinamiche di gruppo che possono portare alla formazione di gerarchie e ad una concentrazione del potere ovunque ci si trovi. Per minimizzare il rischio, crediamo non solo che bisogna essere rivoluzionari di professione a tempo pieno, ma nel contempo anche membri di una comunità. Significa che dobbiamo essere parte attiva sia delle lotte locali sia dei progetti della società civile. Laddove un esercito permanente o un gruppo rivoluzionario cementificato vedono che il loro compito è un lavoro professionale o una dedizione alla lotta, allo stesso tempo mantengono le distanze dalla comunità e dalla vita quotidiana.

I gruppi guerriglieri anarchici devono rimanere entità orizzontali e resistere alla tentazione della necessità strutturale di centralizzare e concentrare il potere. Così facendo fallirebbero, non sarebbero più né anarchiche né liberatrici secondo noi. Come IRPGF, capito questo pericolo, sentiamo che la maniera migliore per resistere alla creazione di gerarchie sociali sia lo sviluppo dei progetti e delle relazioni con la società civile. E’ un processo che potrebbe essere pregno di errori e di contraddizioni. Eppure è proprio attraverso queste contraddizioni e queste carenze, accoppiate con i meccanismi di autocritica e ad una struttura autorganizzata orizzontalmente che si combatte la creazione di un gruppo rivoluzionario ossificato che centralizza la propria autorità e concentra il potere.

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D: Come avete detto, i conflitti in Siria, in Ucraina e in altre parti del mondo rappresentano solo l’inizio di quello che sarà un periodo di crisi globale lungo e caotico. Quale pensate che sia la relazione corretta tra lotta armata e rivoluzione? Credete che gli anarchici debbano cercare di iniziare le lotte armate entro un processo rivoluzionario al più presto oppure cercare di rimandare più che si può? E come possono gli anarchici rimanere fedeli a loro stessi sul terreno della lotta armata quando molto dipende dal come ottenere le armi – il che di solito significa stringere accordi con attori statali o parastatali?

Per prima cosa non esiste una formula generale per capire quanto sia necessaria la lotta armata per iniziare e far avanzare il processo rivoluzionario, e nemmeno a che punto dovrebbe iniziare. Come IRPGF riconosciamo il fatto che ogni gruppo, comunità o quartiere debba decidere in autonomia quando si debba iniziare la lotta armata, che deve essere contestuale alla situazione e alla posizione specifica. Ad esempio, mentre lanciare una molotov contro la polizia è quasi normale a Exarchia ad Atene, farlo negli Stati Uniti potrebbe costare la vita all’esecutore del gesto. Ogni contesto locale ha una soglia differente sul livello di violenza ammessa dallo stato. Questa ovviamente non deve essere una scusa per l’inazione. Crediamo che la lotta armata sia fondamentale. In definitiva le persone devono essere disposte a sacrificare la propria posizione sociale, i propri privilegi e se necessario anche le proprie vite. Naturalmente non stiamo chiedendo a nessuno di lanciarsi in missioni suicide per cui si richiede l’estremo sacrificio. Questa non è una battaglia per il martirio, ma per la vita. Qui in Rojava ed in Kurdistan, che saranno parte del conflitto armato e del processo rivoluzionario quando si disvelerà, ci saranno dei martiri.

Il conflitto armato non crea necessariamente le condizioni per la rivoluzione e ad alcune rivoluzioni potrebbe bastare un conflitto minimo o addirittura nullo. Sia la lotta armata che la rivoluzione possono essere atti spontanei o pianificati da anni. Tuttavia, le rivoluzioni locali e nazionali, che in alcuni casi sono state pacifiche, non creano le condizioni né per la rivoluzione mondiale, né tantomeno sfidano l’egemonia del sistema globale capitalista. Ciò che rimane della domanda quindi è: quando si dovrebbe iniziare una lotta armata? Per cominciare, bisogna che ognuno sia in grado di analizzare la situazione ed il contesto locali. La creazione di forze di difesa formate dalle comunità locali e di quartiere che siano palesemente armate rappresenta un primo passo importante per assicurare autonomia e autoprotezione. Questo è un atto profondamente simbolico che certamente attirerà l’attenzione dello stato e dei suoi apparati repressivi. L’insurrezione dovrebbe avvenire ovunque e contemporaneamente, non necessariamente con le armi spianate. In ultima analisi, la lotta armata deve sempre avere una correlazione con la comunità, cosa che preverrà la formazione e lo sviluppo di avanguardie e di posizioni sociali gerarchizzate.

Le rivoluzioni non sono cene di gala e, cosa ben peggiore, non siamo noi a scegliere gli ospiti delle cene. Come possiamo noi anarchici rimanere fedeli ai nostri principi politici quando dovremmo affidarci a enti statali, parastatali e anche non statali per ottenere armi ed altre risorse? Iniziamo a pensare che non esistono lotte armate o rivoluzioni ideologicamente pure e intonse. Le nostre armi sono state fabbricate nei paesi ex comunisti e ci sono state date da partiti politici rhia, usa, irpgf, ivoluzionari. La base in cui ci troviamo, le vettovaglie e le risorse che riceviamo arrivano direttamente dai vari partiti attivi in zona e direttamente dalla gente. Chiaramente noi anarchici non abbiamo liberato il tipo di territorio del quale avremmo bisogno per operare per conto nostro. Dobbiamo stringere patti. E la questione diventa la seguente: che principi debbono seguire questi patti?

Abbiamo relazioni con partiti politici rivoluzionari comunisti, socialisti ed apoisti. Combattiamo contro lo stesso nemico ora e i nostri sforzi congiunti possono soltanto favorirci in battaglia. Poi rimane inteso che la nostra alleanza e solidarietà con loro è sempre di tipo critico. Siamo in disaccordo sulle loro mentalità feudali, le loro posizioni ideologiche dogmatiche e la loro visione di come prendere il potere statale. Sia noi che loro siamo coscienti del fatto che un giorno potrebbero conquistare il potere statale, e in tal caso diventeremmo nemici. Ma per ora non siamo solo alleati,ma compagni di lotta. Questo non significa che abbiamo sacrificato i nostri principi. Al contrario, abbiamo aperto un dialogo sull’anarchismo e criticato le loro posizioni ideologiche, mentre abbiamo trovato ed affermato i principi e le posizioni teoretiche che abbiamo in comune. Questo dialogo ha trasformato entrambe le parti, in quello che pare essere stato una sorta di processo dialettico: la necessità sia della teoria che della pratica per fare avanzare sia la lotta armata che la rivoluzione sociale.

Per l’IRPGF, fare accordi con altri gruppi della sinistra rivoluzionaria per trovare un terreno comune d’azione è una prassi che viviamo quotidianamente. Però dobbiamo ammettere che la maggior parte delle strutture guerrigliere delle quali facciamo parte stringe accordi con gli stati. Quindi, mentre riaffermiamo con forza la nostra posizione contro tutti gli stati, che non è negoziabile, la nostra struttura stringe accordi pragmatici proprio con gli stati per cercare di sopravvivere ad un altro giorno di battaglie. Per il momento tutte le nostre forniture e risorse provengono dai partiti rivoluzionari con i quali siamo alleati, che a loro volta fanno patti ed accordi con enti statali e non statali. Sappiamo di essere in contraddizione, ma è la dura realtà delle nostre condizioni attuali.

A seconda del contesto e della situazione, gli anarchici devono scegliere quali tipi di patti possono stringere e con chi. Potrebbero avere la necessità di essere pragmatici e stringere patti con stati, associazioni parastatali o non statali per acquistare armi, per tenere il terreno su cui operano o semplicemente per sopravvivere ed un giorno saranno criticati ed attaccati per tutto ciò. Saranno i collettivi e le comunità a decidere sul come avanzare nel processo rivoluzionario e come usare i vari attori statali e parastatali a loro vantaggio, con l’obiettivo di non avere più bisogno di loro e distruggerli. In definitiva, la lotta armata è necessaria per il processo rivoluzionario e le varie alleanze che stringiamo le riteniamo necessarie per raggiungere il nostro obiettivo di un mondo liberato. L’IRPGF crede ed afferma il concetto proveniente dalla Grecia secondo il quale le uniche battaglie perse sono quelle che non si combattono.

IRPGF Eulogy for Şehîd Kawa Amed (Paolo Todd)

D: Prima o dopo ogni rivoluzione si divide nelle sue parti costitutive che necessariamente entrano in conflitto. Questi conflitti determinano il risultato finale della rivoluzione. In Rojava è già iniziata questa fase? E se sì, come la hanno affrontata gli anarchici? Se invece ancora non è iniziata, come preparerete i compagni sparsi in tutto il mondo alla situazione che si verrà creando quando i conflitti interni alla rivoluzione arriveranno in superficie e sarà necessario capire le posizioni differenti delle forze in campo? Alcuni compagni al di fuori della Rojava non sono certi di comprendere alcune relazioni provenienti dall’interno, perché nella nostra esperienza vi sono sempre conflitti intestini, anche nei periodi più floridi di rivoluzione sociale e le persone che parlavano dell’esperimento in Rojava erano molto titubanti nello spiegare quali erano questi conflitti. Capiamo bene che dovrebbe essere necessario non parlare apertamente di questi scontri, ma ogni prospettiva che ci potete offrire, anche in astratto, sarà molto utile per comprendere la situazione.

R: La risposta più semplice è si, questi conflitti sono già iniziati in Rojava. All’interno di una struttura confederale sono emerse le contraddizioni delle diverse fazioni. Ci sono coloro i quali vorrebbero portare pienamente a compimento la rivoluzione e altri che sono pronti a scendere a compromessi su alcuni aspetti della rivoluzione per mettere in sicurezza le conquiste fatte fino ad ora. Ci sono coloro i quali ancora sognano un Kurdistan Marxista-Leninista ed altri pronti ad aprirsi all’occidente e alle forze democratiche. All’interno della lotta armata vi sono coloro i quali vorrebbero scatenare una guerra con tutti gli effettivi, mentre altri sostengono che la fine della lotta armata si sta avvicinando e che lentamente si debbano cessare le ostilità. All’interno di questa arena politica caotica, con una serie di acronimi praticamente infiniti, come ci muoviamo noi dell’IRPGF in queste acque torbide e pericolose?

Come anarchici navighiamo nelle complessità e nelle contraddizioni con l’obiettivo di cercare di fare guadagnare più terreno possibile all’anarchismo. Ci allineiamo con quei partiti e quelle fazioni della rivoluzione che sono più vicini a noi. Le alleanze che forgiamo sono quelle che più ci facilitano e che meno richiedono assimilazione. Cerchiamo di tenerci lontani dall’assimilazione sia come ideologia che come gruppo. Essere in uno spazio autonomo che supporta i nostri obiettivi ci offre enormi opportunità. Esiste uno spazio libero che il partito lascia ai gruppi come il nostro per la formazione, per sviluppare progetti utili alla sperimentazione rivoluzionaria. Più anarchici arrivano in Rojava per aiutarci a costruire strutture anarchiche, più saremo influenti ed avremo la possibilità di tramutare i nostri obiettivi in realtà. Per esempio, i giovani, estremamente critici sul loro passato feudale e tradizionale, si pongono all’avanguardia di enormi cambiamenti e progressi sociali. Vogliamo lavorare con i giovani per formare una cooperazione educativa e, da anarchici, focalizzarci sulle nostre teorie e sulle questioni inerenti il queer, il gender e la sessualità (LGBTQ+) che qui sono tabù per la maggior parte delle persone.

C’è un vasto spazio per costruire e sperimentare strutture anarchiche che continueranno a rivoluzionare la società e liberare tutti gli individui e le comunità. Crediamo che il nostro lavoro di anarchici, sia nella lotta armata che nella società civile della Rojava, sarà valido per l’intera comunità anarchica mondiale. Speriamo di poterne condividere i risultati, grazie alla solidarietà continua di tutti e agli anarchici che si uniranno a noi venendo qui.


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