La mitologia del lavoro

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Otto miti che ti fanno tener d’occhio l’orologio e che ti fanno sgobbare come un mulo

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E se nessuno lavorasse? Le aziende che sfruttano la manodopera e le catene di montaggio si fermerebbero, perlomeno quelle che producono cose che nessuno farebbe volontariamente. Il telemarketing cesserebbe. Le persone spregevoli che dominano gli altri solo per ricchezza e qualifica dovrebbero apprendere migliori abilità sociali. Gli ingorghi stradali cesserebbero di esistere. Le banconote e le domande d’impiego sarebbero utilizzate come combustibile mentre la gente tornerebbe al baratto e alla condivisione. Erba e fiori nascerebbero dalle crepe nei marciapiedi, lasciando infine spazio agli alberi da frutta.

E moriremmo tutti di fame. Ma non stiamo proprio vivendo di documenti e valutazioni delle performance, giusto? La maggior parte delle cose che facciamo per soldi sono palesemente irrilevanti per la nostra sopravvivenza – e, tra l’altro, per ciò che dà significato alla vita.

Questo pezzo è una selezione tratta da Work, la nostra analisi di 376 pagine sul capitalismo contemporaneo. È disponibile anche come pamphlet.


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Dipende da cosa s’intende per “lavoro.” Pensa a quanta gente ama il giardinaggio, pescare, la falegnameria, cucinare e anche programmare PC solo per il gusto di farlo. E se quel tipo di attività potesse provvedere a tutti i nostri bisogni?

Per centinaia di anni, le persone hanno affermato che il progresso tecnologico avrebbe presto liberato l’umanità dal bisogno di lavorare. Oggi abbiamo capacità che i nostri antenati non si sarebbero mai potuti immaginare, ma quelle previsioni non si sono ancora avverate. Negli Stati Uniti noi lavoriamo veramente più a lungo di quanto non facessimo fino a un paio di generazioni fa - i poveri per sopravvivere, i ricchi per competere. Altri cercano disperatamente un lavoro, godendosi a malapena le comodità che tutte queste migliorie dovrebbero fornire. Nonostante i discorsi sulla recessione e la necessità di intraprendere misure di austerity, le aziende riportano guadagni record, i più ricchi sono più ricchi che mai ed enormi quantità di beni vengono prodotte solo per essere buttate via. C’è molta prosperità che, però, non viene utilizzata per liberare l’umanità.

Quale tipo di sistema produce contemporaneamente l’abbondanza e ci impedisce di sfruttarla al meglio? I difensori del libero mercato sostengono che non esiste altra opzione - e finché la nostra società sarà organizzata in questo modo, non potrà esistere.

Tuttavia, una volta, prima dei cartellini da timbrare e delle colazioni di lavoro, tutto veniva fatto senza lavoro. Il mondo naturale che provvedeva ai nostri bisogni non era ancora stato fatto a pezzi e privatizzato. Le conoscenze e le abilità non erano domini esclusivi degli specialisti, tenuti in ostaggio da istituzioni onerose; il tempo non era diviso in lavoro produttivo e tempo libero di consumo. Lo sappiamo perché il lavoro fu inventato solo poche migliaia di anni fa, ma gli esseri umani esistono da centinaia di migliaia di anni. Ci è stato detto che, allora, la vita era “solitaria, povera, sgradevole, brutale e breve” - ma quella narrazione è giunta a noi da coloro che hanno eliminato quel modo di vivere, non da chi l’ha vissuto.

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Questo non vuol dire che dovremmo tornare al modo in cui erano le cose, o che potremmo - solo che le cose non devono essere come sono ora. Se i nostri lontani antenati potessero vederci oggi, sarebbero probabilmente entusiasti di alcune delle nostre invenzioni e inorriditi da altre, ma sarebbero sicuramente traumatizzati dal modo in cui le adoperiamo. Abbiamo costruito questo mondo con il nostro lavoro e senza alcuni ostacoli potremmo sicuramente costruirne uno migliore. Ciò non significherebbe abbandonare tutto ciò che abbiamo imparato; significherebbe solo abbandonare tutto ciò che abbiamo capito che non funziona.


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È difficile negare che il lavoro sia produttivo. Solo un paio di migliaia di anni hanno drammaticamente trasformato la superficie della Terra.

Ma cosa produce esattamente? Bacchette usa e getta; laptop e cellulari obsoleti in un paio d’anni. Chilometri di discariche di rifiuti e tonnellate su tonnellate di clorofluorocarburi. Fabbriche che verranno fatte cadere a pezzi non appena il lavoro sarà più economico altrove. Bidoni della spazzatura pieni d’immondizia, mentre un miliardo di persone sono denutrite; medicinali che solo i ricchi possono permettersi; romanzi, filosofie e movimenti artistici per i quali la maggior parte di noi non ha tempo in una società che subordina il desiderio al profitto e ha bisogno dei diritti di proprietà.

E da dove provengono le risorse per tutta questa produzione? Cosa succede alle comunità e agli ecosistemi che vengono saccheggiati e sfruttati? Se il lavoro è produttivo, ancora più è distruttivo.

Il lavoro non produce merci dal nulla; non è un gioco di prestigio. Piuttosto, prende le materie prime dalla biosfera - un tesoro comune condiviso da tutti gli esseri viventi - e le trasforma in prodotti animati dalla logica del mercato. Per chi vede il mondo in termini di bilanci, questo è un miglioramento, ma il resto di noi non dovrebbe fidarsi.

Capitalisti e socialisti hanno sempre dato per scontato che il lavoro produca valore. I lavoratori devono prendere in considerazione una diversa possibilità - che il lavoro esaurisce il valore. Ecco perché le foreste e le calotte polari stanno consumandosi insieme alle ore della nostra vita: i dolori nei nostri corpi quando torniamo a casa dopo una giornata di lavoro sono simili ai danni che stanno verificandosi su scala globale.

“POVERTÀ—RICCHEZZA”

Cosa dovremmo produrre, se non tutta questa roba? Bene, che ne dici della felicità stessa? Possiamo immaginare una società in cui l’obiettivo principale della nostra attività sia di sfruttare al massimo la vita, esplorare i suoi misteri, anziché accumulare ricchezza o battere la concorrenza? Ovviamente continueremmo a produrre beni materiali in una società del genere, ma non per competere a scopo di lucro. Festival, feste, filosofia, storie d’amore, attività creative, educazione dei figli, amicizia, avventura - possiamo immaginarli come il centro della vita, anziché relegati nel nostro tempo libero?

Oggi le cose vanno al contrario - la nostra idea di felicità è costruita per stimolare la produzione. Piccoli prodotti meravigliosi ci stanno togliendo lo spazio nel mondo.


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Il lavoro non crea semplicemente ricchezza dove prima c’era solo la povertà. Al contrario, finché arricchisce alcuni a spese di altri, anche il lavoro crea povertà, in proporzione diretta al profitto.

La povertà non è una condizione oggettiva, ma una relazione prodotta da una disparità di distribuzione delle risorse. Non esiste la povertà nelle società in cui le persone condividono tutto. Può esserci scarsità, ma nessuno è soggetto all’umiliazione di non avere laddove altri hanno più di quanto possano usare. Mentre il profitto viene accumulato e la soglia minima di ricchezza necessaria per esercitare influenza nella società aumenta sempre più, la povertà diventa sempre più debilitante. È una forma di esilio - la forma più crudele di esilio, perché fa rimanere all’interno della società pur essendone escluso. Non puoi partecipare né andare altrove.

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Il lavoro non crea solo indigenza insieme alla ricchezza - concentra la ricchezza nelle mani di pochi, diffondendo la povertà in lungo e in largo. Per ogni Bill Gates, un milione di persone deve vivere al di sotto della soglia di povertà; per ogni Shell Oil, ci deve essere una Nigeria. Più lavoriamo, maggiore è il profitto accumulato dal nostro duro lavoro e più poveri siamo rispetto ai nostri sfruttatori.

Quindi, oltre a creare ricchezza, il lavoro rende le persone indigenti. Questo è chiaro ancor prima di considerare tutti gli altri modi in cui il lavoro ci riduce in miseria: poveri nell’autodeterminazione, poveri nel tempo libero, poveri nella salute, poveri nel senso di sé al di là delle nostre carriere e conti bancari, poveri nello spirito.


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Le stime del “costo della vita” sono fuorvianti - c’è ben poco da vivere! Il “costo del lavoro” va meglio e non è economico.

Tutti sono a conoscenza del prezzo che pagano addetti alle pulizie e lavapiatti per essere la spina dorsale della nostra economia. Tutte le piaghe della povertà - dipendenze, famiglie distrutte, pessime condizioni di salute - sono all’ordine del giorno; quelli che sopravvivono loro e continuano ad arrivare in tempo fanno miracoli. Pensa a cosa potrebbero realizzare se fossero liberi di applicare quel potere a qualcosa di diverso dal guadagnare profitti per i loro datori di lavoro!

E che dire dei loro principali, fortunati a essere più in alto sulla piramide? Potresti pensare che guadagnare uno stipendio più alto potrebbe significare avere più soldi e, quindi, più libertà, ma non è così semplice. Ogni lavoro implica costi nascosti: proprio come ogni giorno un lavapiatti deve pagare il biglietto dei mezzi da e per il lavoro, un avvocato aziendale deve essere in grado di volare ovunque in qualsiasi momento, per mantenere un abbonamento al country club per incontri di lavoro informali, possedere una villetta dove intrattenere gli ospiti che ha per cena in modo raddoppiare i suoi clienti. Questo è il motivo per cui per i lavoratori della classe media è così difficile risparmiare abbastanza da smettere mentre sono ancora in testa e tagliarsi fuori dalla corsa al successo: in pratica, cercare di andare avanti nell’economia significa correre sul posto. Nella migliore delle ipotesi, potresti passare a un tapis roulant più elaborato, ma dovrai correre più veloce per rimanerci sopra.

E queste semplici spese finanziarie del lavoro sono le meno costose. In un sondaggio, alle persone di ogni ceto sociale è stato chiesto di quanti soldi avrebbero avuto bisogno per vivere la vita che volevano; dall’indigente al benestante, tutti hanno risposto approssimativamente il doppio di qualunque fosse il loro reddito del momento. Quindi, non solo è costoso ottenere denaro, ma, come qualsiasi droga che crea dipendenza, è sempre meno appagante! E più salirai nella scala gerarchica, più dovrai combattere per mantenere il tuo posto. Il ricco dirigente deve abbandonare le sue passioni sfrenate e la sua coscienza, deve convincersi di meritare più dei poveri cristi il cui duro lavoro serve per farlo vivere negli agi, deve soffocare ogni suo impulso a interrogarsi, a condividere, a immaginarsi nei panni altrui; se non lo farà, prima o poi sarà sostituito da qualche contendente più spietato. Sia gli operai sia i colletti bianchi si massacrano per conservare i lavori che li mantengono in vita; si tratta solo di distruzione fisica o spirituale.

Questi sono i costi che paghiamo individualmente, ma c’è anche un prezzo globale da pagare per tutto questo lavoro. Oltre ai costi ambientali, ci sono malattie, infortuni e decessi legati al lavoro: ogni anno uccidiamo migliaia di persone per vendere hamburger e abbonamenti ai centri benessere ai sopravvissuti. Il Dipartimento del Lavoro degli Stati Uniti ha riferito che, nel 2001, il doppio delle persone ha subito lesioni mortali sul lavoro rispetto ai morti degli attacchi dell’11 settembre, e che questo non ha iniziato a prendere in considerazione le malattie professionali. Il prezzo pù alto è, soprattutto, quello legato al non imparare mai come fare a condurre le nostre vite, non avere mai la possibilità di rispondere o persino porre la domanda su cosa faremmo con il nostro tempo su questo pianeta se dipendesse da noi. Non potremo mai sapere a tutto ciò cui stiamo rinunciando se ci accontentiamo di un mondo in cui le persone sono troppo occupate, troppo povere o troppo demoralizzate per farlo.

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Perché lavorare, se è così costoso? Tutti conoscono la risposta: non c’è altro modo per acquisire le risorse di cui abbiamo bisogno per sopravvivere, o per quella storia di far parte della società. Tutte le precedenti forme sociali che hanno reso possibili altri modi di vivere sono state sradicate - sono state eliminate da conquistatori, trafficanti di schiavi e società che non hanno lasciato intatte né tribù né tradizione né ecosistema. Contrariamente alla propaganda capitalista, gli esseri umani liberi non si affollano nelle fabbriche per una miseria se hanno altre opzioni, nemmeno in cambio di scarpe e software di marca. Lavorando, facendo shopping e pagando le bollette, ognuno di noi aiuta a perpetuare le condizioni che richiedono queste attività. Il capitalismo esiste perché investiamo tutto in esso: ogni nostra energia e ingegnosità nel mercato, tutte le nostre risorse al supermercato e in Borsa, tutta la nostra attenzione nei media. Per essere più precisi, il capitalismo esiste perché le nostre attività quotidiane lo sono. Ma continueremmo a ricrearlo se sentissimo di avere un’altra scelta?


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Al contrario, invece di consentire alle persone di raggiungere la felicità, il lavoro promuove il peggior tipo di abnegazione.

Obbedendo agli insegnanti, ai capi, alle esigenze del mercato - per non parlare delle leggi, delle aspettative dei genitori, dei testi sacri, delle norme sociali - siamo condizionati fin dall’infanzia a mettere in stand-by i nostri desideri. Seguire gli ordini diventa un riflesso inconscio, indipendentemente dal fatto che siano nel nostro interesse; affidarsi agli esperti diventa una seconda natura.

Vendere il nostro tempo anziché fare le cose per se stessi, ci porta a valutare le nostre vite sulla base di quanto possiamo ottenere in cambio da loro, non di ciò che ne ricaviamo. Come schiavi freelance vendiamo le nostre vite ora dopo ora, quando pensiamo a noi stessi crediamo che ognuno abbia un prezzo; l’ammontare del prezzo diventa la nostra misura di valore. In tal senso, diventiamo prodotti, proprio come il dentifricio e la carta igienica. Quello che una volta era un essere umano ora è un impiegato, così come quello che una volta era un maiale ora è una braciola. Le nostre vite scompaiono, spese come i soldi con cui le scambiamo.

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In molti si sono così abituati a rinunciare a cose che sono preziose per noi che il sacrificio è diventato il nostro unico modo per esprimere il fatto che ci preoccupiamo per qualcuno. Ci immoliamo per idee, cause, amore reciproco, anche quando si suppone che questi ci aiutino a trovare la felicità.

Ci sono famiglie, per esempio, in cui le persone mostrano affetto facendo la gara cercando di dimostrare di essere quelle che si privano di un maggior numero di cose per il bene altrui. La gratificazione non solo è solo ritardata, ma viene trasmessa da una generazione alla successiva. La responsabilità di godere finalmente di tutta la felicità, presumibilmente messa da parte durante anni di duro lavoro, viene rimessa ai bambini; ma quando diventano maggiorenni, se devono essere visti come adulti responsabili, anche loro dovranno iniziare a spaccarsi la schiena.

Non possiamo però sempre scaricare le responsabilità sugli altri.


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Oggi la gente lavora sodo, questo è un dato di fatto. L’aver vincolato alle performance del mercato l’accesso alle risorse ha causato progressi senza precedenti da un punto di vista produttivo e tecnologico. Infatti, il mercato ha monopolizzato l’accesso alle nostre capacità creative nella misura in cui molte persone non lavorano solo per sopravvivere ma anche per avere qualcosa da fare. Ma che razza d’iniziativa fa scaturire?

Torniamo al riscaldamento globale, una delle crisi più gravi che affliggono il pianeta. Dopo decenni di negazionismo, politici e uomini d’affari sono finalmente entrati in azione per fare qualcosa al riguardo. E cosa stanno facendo? Stanno cercando dei modi per speculare! Crediti di carbonio, carbone “pulito,” società d’investimento “green” - chi crede che questi siano il modo più efficace per frenare la produzione di gas serra? È ironico che una catastrofe causata dal consumismo capitalista possa essere utilizzata per stimolare un maggior consumo, ma rivela molto sul quale tipo d’iniziativa scaturisca dal lavoro. Che tipo di persona, di fronte al compito di prevenire la fine della vita sulla Terra, risponde: “Certo, ma io cosa ci guadagno?”

Se nella nostra società qualunque cosa deve essere guidata dal profitto per avere successo, dopotutto ciò potrebbe non essere un’iniziativa, ma qualcos’altro. Prendere davvero l’iniziativa, introdurre nuovi valori e nuove modalità di comportamento: questo è impensabile per l’imprenditore intraprendente come lo è per il suo impiegato più svogliato. E se il lavoro -ovvero concedere agli altri, siano manager o clienti, la tua forza creatrice - alla fine minasse l’iniziativa?

La prova va al di là del luogo di lavoro. Quante persone che non perdono mai una giornata di lavoro non possono presentarsi in tempo per le prove della band? Non riusciamo a star dietro alle letture del nostro circolo letterario nemmeno quando finiamo i compiti in tempo; ciò che vogliamo veramente fare con la nostra vita finisce in fondo alla lista delle cose da fare. La capacità di seguire gli impegni diventa qualcosa al di fuori di noi, associata a ricompense o a punizioni esterne.

Immagina un mondo in cui tutto ciò che le persone fanno, lo facciano perché vogliono, perché si dedicano veramente alla sua realizzazione. Per qualsiasi principale che ha lottato per motivare dipendenti indifferenti, l’idea di lavorare con persone ugualmente coinvolte negli stessi progetti sembra utopica. Ma questo non prova che nulla sarebbe fatto senza capi e salari - mostra solo come il lavoro fiacchi l’iniziativa.


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Diciamo che il tuo lavoro non ti ferisca, non ti avveleni o ti faccia male. Diamo anche per scontato che l’economia non si schianti e non trascini nel baratro anche il tuo lavoro e i tuoi risparmi, e che nessuno che sia stato trattato peggio di te riesca a farti del male o derubarti. Non puoi ancora essere sicuro di non essere ridimensionato. Oggi nessuno lavora per lo stesso principale per tutta la vita; lavori per qualche anno fino a quando non ti lasciano andare per qualcuno più giovane ed economico o non esternalizzano il tuo lavoro. Puoi spaccarti la schiena per dimostrare che sei il migliore nel tuo campo e, nonostante questo, ti abbandoneranno al tuo destino.

Devi fare affidamento sui tuoi datori di lavoro per prendere decisioni ponderate in modo che possano pagarti lo stipendio - non possono solamente sperperare i soldi o non ne avranno per pagarti. Ma non sai mai quando quella scaltrezza si rivolterà contro di te: quelli da cui dipendi per il tuo sostentamento non sono arrivati dove sono facendo i sentimentali. Se sei un lavoratore autonomo, probabilmente sai quanto può essere instabile anche il mercato.

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Cosa potrebbe fornire una vera sicurezza? Forse far parte di una comunità a lungo termine in cui le persone si prendono cura le une delle altre, una comunità basata sull’assistenza reciproca piuttosto che sugli incentivi finanziari. E qual è uno dei principali ostacoli alla costruzione di quel tipo di comunità oggi? Il lavoro.


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Chi ha compiuto la maggior parte delle ingiustizie nella storia? I dipendenti. Questo non significa necessariamente che ne siano responsabili –perché sarebbero i primi a dirtelo!

Ricevere uno stipendio ti assolve dalla responsabilità delle tue azioni? Sembra che lavorare favorisca l’impressione che sia così. Il processo di Norimberga - “Stavo solo eseguendo gli ordini” - è stata l’inno e l’alibi di milioni di dipendenti. Questa volontà di controllare la propria coscienza sulla soglia del luogo di lavoro - di essere, in effetti, un mercenario - sta alla radice di molti dei problemi che affliggono la nostra specie.

Le persone hanno anche fatto cose orribili senza ordini - ma nemmeno così tante cose orribili. Puoi ragionare con una persona che agisce da sola; ammette di essere responsabile delle proprie decisioni. I dipendenti, d’altra parte, possono fare cose inimmaginabilmente stupide e distruttive mentre si rifiutano di pensare alle conseguenze.

Il vero problema, ovviamente, non sono i dipendenti che rifiutano di assumersi la responsabilità delle proprie azioni - è il sistema economico che rende l’assunzione di responsabilità così proibitiva.

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I dipendenti scaricano rifiuti tossici in fiumi e oceani.

I dipendenti macellano le mucche ed eseguono esperimenti sulle scimmie.

I dipendenti gettano via camion carichi di cibo.

I dipendenti stanno distruggendo lo strato di ozono.

Guardano ogni tuo movimento attraverso le telecamere di sicurezza.

Ti sfrattano quando non paghi l’affitto.

T’imprigionano quando non paghi le tasse.

Ti umiliano quando non fai i compiti o ti fai vedere al lavoro in orario.

Inseriscono informazioni sulla tua vita privata nei resoconti finanziari e in file dell’FBI.

Ti danno multe per eccesso di velocità e rimorchiamo la tua auto.

Amministrano esami standardizzati, centri di detenzione minorile e iniezioni letali.

I soldati che portarono le persone nelle camere a gas erano impiegati,

Proprio come i soldati che occupano l’Iraq e l’Afghanistan,

Proprio come i kamikaze che li prendono di mira - sono impiegati di Dio che sperano di ricevere una ricompensa in Paradiso.

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Cerchiamo di essere chiari su questo - criticare il lavoro non significa rifiutare la fatica, lo sforzo, l’ambizione o l’impegno. Non significa esigere che tutto sia divertente o facile. Combattere contro le forze che ci obbligano a lavorare è un duro lavoro. La pigrizia non è l’alternativa al lavoro, anche se potrebbe esserne un sottoprodotto.

La morale della favola è semplice: tutti noi meritiamo di sfruttare al massimo il nostro potenziale come meglio crediamo, di essere i padroni del nostro destino. Essere costretti a vendere queste cose per sopravvivere è tragico e umiliante. Non dobbiamo vivere così.